Marco Iacona –

 

Valerio Massimo Manfredi professore di archeologia e bestsellerista non è a Catania per far polemiche. Ma per presentare il suo libro per i tipi di Mondadori. “Le meraviglie del mondo antico”. Presentazione all’americana – come dire: one man show – dotta e noiosa solo a tratti. Ed è già un successo. Al Verga, insegnanti di liceo – che non vogliono sfigurare e chiacchierano di templi e divinità – e giovani provvisti di cellulare con batteria a lunga durata.

Si dovrebbe iniziare alle \17. Si comincia con mezz’ora abbondante di ritardo e nessuno si scusa. Dicono che i siciliani abbiano un concetto “relativo” del tempo, Manfredi siciliano lo è, almeno un po’, perché con mossa adulante dice di essere cittadino onorario di Siracusa e Giardini Naxos.

Argomento della conferenza: le sette meraviglie del mondo. Piramide di Cheope a Giza, ancora esistente, Giardini pensili di Babilonia, Statua di Zeus a Olimpia, Tempio di Artemide a Efeso, Colosso di Rodi, Mausoleo di Alicarnasso e Faro di Alessandria. Meraviglie spiegate al popolo, che in realtà popolo pretende di non essere. Almeno quando deve far sfoggio di cultura e pagare le tasse. Nel foyer del teatro si odono declinazioni latine e alfabeti greci, come se gli “studiosi” dovessero salvare il mondo con la loro erudizione. Esibizionismo borghese e niente di nuovo.

Il professore comunque è bravo. E la lezione la conosce: stuzzica l’idea che secoli fa ci fossero menti così raffinate da non essere comprese, oggi. Prezzolini diceva: i cinesi conoscevano l’astronomia ma poi sulla luna ci sono andati gli americani. Non dimentichiamolo e non proviamo a passere per stupidi.

Manfredi se ne esce con la sentenza del “nulla è eterno”. «Nessun capolavoro sopravvive alla civiltà che l’ha creato», come sei delle sette ex meraviglie, che non esistono più. Anche il Colosseo un giorno sparirà. Ci vengono in mente le parole di quel tale che diceva che nei «tempi lunghi saremo tutti morti». Lo vengono a raccontare giusto in Sicilia: inutile museo a cielo aperto.

Alla fine lo voglio intervistare. Il professore è stanco. Non è qui per rispondere alle domande sulle “meraviglie del mondo” siciliane (ammetto di aver accettato la sfida) e sulle amministrazioni locali e i beni culturali in Sicilia. Alla prima, replica incerto: «duomo di Monreale, duomo di Palermo, teatro greco-romano di Siracusa». Dopo la seconda sfodera una diplomazia da delegato Onu: «Laddove è possibile [le amministrazioni] fanno del loro meglio. Certamente è un patrimonio molto grande e molto importante ed esige una manutenzione continua. È un’eredità preziosa ed il motivo per cui i visitatori vengono in Sicilia».

Alla fine tutti contenti. Ne sappiamo di più sul terzo secolo a.C., ed era quello che occorreva per migliorare la città, tornata “finalmente” alle origini…

 

 

 

A proposito dell'autore

Giornalista e saggista

Marco Iacona, giornalista e saggista. Siciliano non per colpa sua. Autore di sei volumi dal colonialismo italiano all’éra pop passando per il Sessantotto. Il settimo è in arrivo. Conosce Trento, Trieste, Bologna, Milano, Bergamo, Asti, Roma, Firenze, Pisa, Genova e Venezia. Non è mai stato ad Amalfi. Preferisce i fumetti a Nietzsche e Nietzsche a Hegel. Studia la destra ma preferisce Woody Allen. Ama l’opera lirica, la Callas e Pasolini. Ha vissuto quarant’anni in Sicilia e quattro in Piemonte. Nel 2010 ha riattraversato lo Stretto non per nostalgia.

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