FB_IMG_1428263159020CATANIA. Un lavoro in fieri, “mille volte ripreso e abbandonato. Incompleto”. L’Oratorio di Resurrezione sconta ancora – nel suo distendersi lungo la produzione di  Renato Pennisi, poeta e scrittore che l’ha proposto, con la regia di Salvo Nicotra, sui legni della Sala Magma – solo quella inesausta sete di verità, quel bisogno di risposte sull’esistenza che la nascita e la passione di Cristo continuano a suscitare. Dunque “naturalmente” incompleto, diremmo noi, non certo per approssimazione di stile né per povertà di contenuti, quanto per essere lavoro sull’humana conditio e del suo rapporto col sacro: dunque aperto, inesausto, inappagabile.

In effetti, questo “Oratorio” che si affida alla compattezza della parola poetica, procede con un registro stilistico denso e solenne, lontanissimo sia dall’impervio e asprigno sussultare della produzione in dialetto di Pennisi sia dall’impostazione classica del canone secentesco, assumendo una compostezza filosofica di profondissima meditazione su Dio e l’uomo.

Una composizione atipica dunque, nella quale Pennisi ripercorre il mistero divino dalla Creazione all’incontro col Cristo ma da una prospettiva tutta terrena e caduca, prodigiosamente laica. “Quest’ombra generata dal terrore della morte” che siamo noi è posta davanti al Mistero del Verbo, alla sua parola, alla sua rivoluzione.

Sulla scena – lacerti di bianco splendente insieme ai simboli crudelissimi della Crocifissione ma anche a quelli luminosi del sepolcro portentosamente vuoto – si aggrumano le voci dell’io narrante ottimamente impersonate da quattro attori – Antonio Caruso, Francesca Fichera, Antonio Starrantino e Sabrina Tellico – che sono ora testimoni oculari della predicazione del Cristo ora latori dei mille dubbi e dei rovelli che che nei secoli la Croce ha sollevato. Dalla “poca fede” di Simone il Cirenaico al Canto di Maddalena (che dell’Oratorio costituiva, nello schema della canzone petrarchesca, il primo testo), fissato su quel “legno che inchioda l’anima”; dai viandanti di Emmaus allo stupore delle pie donne di fronte alla rivelazione del Corpo risorto.

Un Oratorio piegato ai dubbi e non alle certezze della fede che si fa anche considerazione sul potere terreno che giudica e punisce opposto al mistero della Croce, dinnanzi alla quale proprio quella giustizia e proprio quel potere diventano miseramente terribili e violenti, frantumate dalla potenza del Verbo del Cristo.

La regia di Salvo Nicotra assorbe lo spazio caldo della Sala Magma annullando i confini tra platea e scena per schegge lancinanti, per lacerti di luce e di movimenti, per svelamenti inquieti su cui si susseguono le note dello Stabat Mater di Pergolesi, di Britten, di Gluck, di Stravinskij.

Così sul “seme mai germogliato” di una umanità incapace di accogliere il Verbo, fiorisce grazie al poeta la necessità di una trasfigurazione, di una speranza, capaci di affiancare la voce di Dio che si fa altissima materia per una inquieta, affranta – seppur minuscola – resurrezione proprio nel segno della “creazione” poetica. Una condizione che redime comunque: fosse la Luce o il buio ad attenderci nell’eternità.

Giuseppe Condorelli

 

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