Letizia Tatiana Di Mauro 2Teatro

CATANIA – Umili ed energici, persino spavaldi nel loro sobrio cortiletto da commedia dell’arte, si muovono agilmente i personaggi di “Lu curtigghiu di li raunisi”, un via vai di spazi, attorno e sul palco della Sala Magma di via Adua, regìa e scene di Alfio Guzzetta da un’idea di Salvo Nicotra, per la stagione del Centro culturale e teatrale Magma (foto e ufficio stampa Roman Henry Clarke) in collaborazione con la coop. La terra del sole e l’associazione Terre forti.

Una farsa in piena regola, che, da autore anonimo del ‘700, viene ripresa dal regista nel rispetto della “vastasata” (dai vastasi palermitani, ovvero scaricatori di porto), con un dialetto senza particolari inflessioni localistiche siciliane, pur essendo ambientata a Palermo. A contorno di una scena frizzante, sotto la direzione di Orazio Indelicato, mai priva di quell’humour che ne tiene alto il mordente, il violino di Salvo Pirrotta e la chitarra di Davide Sciacca offrono un commento di spicco, sulla voce incisiva di Melo Zuccaro, che interviene fuori campo con la familiarità da cantastorie, dietro una platea gremita che ha elargito calorosi consensi.

Il trio ha punteggiato le movenze di una comicità genuina, che Guzzetta calava nel grottesco del popolino, in “un curtigghiu di li raunisi”, vale a dire un cortile degli aragonesi, dalle influenze di varie dominazioni. Ed è proprio qui, che il velo di una sottile parodia della nobiltà parruccona del ‘700, tra le figure di Don Parpaglione e del Barone (nei ruoli di Carlo Salamone e un’asessuata Cettina Condorelli) avvolge l’angusto cortile di proprietà di quest’ultimo: una “vuccirìa” di personaggi con le loro debolezze e miserie umane che si intrecciano nella volgarità quotidiana, nel sopravvivere attaccati alla roba, tematica scottante che prefigura già quella verghiana di un secolo più avanti.

Laura e Lisa, interpretate da Francesca Privitera e Letizia Tatiana Di Mauro nei ruoli di madre e figlia, si  contenderanno la roba con i rispettivi pretendenti, anch’essi padre e figlio sulla scena, ovvero Alfio Guzzetta e Tony Pasqua nei panni di Cosimu e Nofriu, in un avvicendarsi esilarante, fra indumenti consoni alla loro povertà, come stracci colorati, nel contributo costumistico di Letizia Tatiana Di Mauro. Un cast di gran lunga efficace, composto anche da Elena Marino (Betta, figlia di Cosimu), Roberto Lo Re (Calogero, servitore del Barone), Andrea Bianco ( Notaro) e Gaetano Gullo (Tofulu).

E che ha fatto proprio il realismo dialettale di un genere a metà strada tra commedia e commedia dell’arte, poi stemperato da Guzzetta con l’inserimento di brani in versi dalla breve opera “Palermitani in festa” di Giovanni Meli, nella cui stesura un notaro pone fine alle vicissitudini  appianando tutti i dissidi, ma con fare un po’ blando e prevedibile, secondo Guzzetta. Il regista ne ha reso più sapidi i profili umani , attingendo anche la figura di un re non databile storicamente, di cui si dà notizia senza identità,  che giunge alla fine quale “deus ex machina” , a sedare le ansie di un popolo chiassoso che si riconosce in lui, esultando di gioia.

Anna Rita Fontana

 

A proposito dell'autore

docente di educazione musicale, pianista, giornalista e critico musicale

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