Marco Iacona –

Non ce la facciamo più! Sintesi del discorso tenuto da Nello Musumeci, l’11 alle “Ciminiere” di Catania. Ce l’ha con Crocetta, con Renzi e con gli amministratori del Pd. Gli diamo torto?
Semaforo lampeggiante per un’ora circa. Alle 17 ci si può accomodare in seconda fila, alle 18 la sala è affollatissima. Posti in piedi in galleria, il paradiso può attendere. Musumeci si presenta in maglione, ma è gradito l’abito elegante. Regola non scritta: smack e smack, baciare sulla guancia amici ed ex camerati. Tra i volti conosciuti: Gino Ioppolo, Fabio Granata, Carmelo Briguglio, Salvo Pogliese, Santo Castiglione, Sandro Pappalardo, Basilio Catanoso, Marco Falcone, l’attrice Guia Jelo. La destra quella da foto di gruppo, uommene scicche e femmene pittate, s’è mossa come la “grande proletaria” di Pascoli. Obiettivo la Sicilia di Crocetta.
Il Catania ha vinto 4-1 sul Trapani, derby dei poveri in una regione povera. Il Parma, ultimo in classifica, sta vincendo sulla Juve, prima in classica. Vuoi vedere che anche qui accade il miracolo? Due o tre richieste le ho nel taschino posteriore: non si sa mai. L’inagibilità di un viadotto sulla Palermo-Catania spezza in due l’Isola. È meglio: fa meno paura.
In principio fu Ruggero Razza, ex vicepresidente della provincia ed ex assessore alla cultura. Quella provincia che non c’è più ma si vede e si sente. Chiama uno ad uno i relatori, cioè Stancanelli ex assessore regionale ed ex sindaco di Catania, cioè Musumeci ex presidente della provincia ed ex sottosegretario. Tra il primo e il secondo annuncia un paio di sorprese. Due attori giovani e bravi, Lorenza Denaro e Luciano Fioretto reciteranno un copione sulla Sicilia, di ieri e di oggi. Testo intelligente: finale, immancabile, dedicato «agli eroi» Falcone e Borsellino.
La seconda è un video con immagini della regione, pochi minuti dedicati a ciò che è e ciò che potrebbe essere. In testa una citazione di Ernst Jünger: qui c’è lo zampino di Granata. Prima della chiusa una scena tratta da “I cento passi”, film su Peppino Impastato, con un dialoghetto sulla bellezza tra Claudio Gioé e Luigi Lo Cascio.
Le sorprese sono tre, per il sottoscritto. All’ingresso, dando le spalle alla panineria mito “Za Rosa”, a venti metri da questa incontriamo Francesco Storace, ex ministro della repubblica. E dagli con questi ex. Scambio qualche parola, sospetto non gli faccia piacere. «Onorevole, una sorpresa lei qui a Catania, non era annunciato…». «Non dovevo essere annunciato. Sono semplicemente un amico di Musumeci. Oggi è un momento importante per lui e un amico ha il dovere di essere presente». «Un commento sulla “questione siciliana”?». «La seguo con un certo interesse. Anche perché se non altro da trent’anni vengo in Sicilia, credo che oggi ci sia la rappresentazione plastica di un vuoto che si riempie rispetto al vuoto che c’è in tutt’Italia. Ed è l’alternativa alla sinistra: questa manifestazione serve a raffigurarla e credo che tutti debbano ringraziare Nello per averci provato». «Senta, a che punto è la destra in Italia?». «Si deve ricostruire, dopo la fine di Alleanza Nazionale c’è stata praticamente la rinuncia a rappresentare la destra, se non da parte di qualche ridotto. Dopo giugno credo si debba riaprire il cantiere».
All’interno la maschia gioventù è in attesa di Musumeci. L’incontro è il punto terminale di un tour della Sicilia iniziato qualche mese fa a Palermo. Razza chiama sul palco il sindaco o la sindaco o la sindaca (mamma mia, non lo so) di Corleone, Lea Savona. Primo cittadino di un luogo dannato e condannato. Ci vuole davvero gran coraggio per rappresentare una comunità “etichettata” come uno spumante piemontese. Il governo ci ha abbandonati, si lamenta il sindaco. Crocetta non dà risposte. «Non ci rispettano» conclude, «il mio è un grido: vogliamo che qualcosa cambi!».
Prende la parola Stancanelli. «Stasera si chiude una fase di un percorso» dice, «abbiamo capito però che c’è ancora speranza in Sicilia». Gli incontri si sono succeduti a Palermo, Messina, Siracusa. Oggi inizia una seconda fase. Quale? «Una sfida lanciata al sistema politico, aperta a tutte le esperienze, per un cammino comune». La frase di Borsellino riferita alla Sicilia, «diventerà bellissima», deve poter servire a superare le divisioni. Inizia una nuova avventura, con Musumeci e una classe dirigente giovane. Il messaggio è trasversale. Il Pd è il ricettacolo di tutti i trasformismi «chi vuole unirsi in una coalizione civica» batta un colpo. «Noi dal canto nostro» conclude l’ex sindaco, «speriamo che tutto ciò sfoci in una prossima candidatura di Nello». L’invito è chiaro, altro non occorre.
Applauditissimo arriva Musumeci. Preso d’assalto dai fotografi. È scritto: il protagonista è lui. Per tre quarti del discorso mostra un quadro desolante. Attacca: a fronte di una Sicilia di ruffiani, “trenta-denari”, figliocci e chi più ne ha più ne metta, c’è una Sicilia che non vuole morire di renzismo e crocettismo. Applausi. Benvenuti ai vecchi e ai nuovi. Gli ultimi sono ben accetti. Tutti qui, alle “Ciminiere” per un’assunzione di responsabilità.
«Abbiamo iniziato da Palermo e siamo andati in giro per l’Isola». A raccogliere umori e sensazioni. «Abbiamo incontrato padri e madri di Niscemi che ci chiedevano di far spostare le antenne del Muos». «Noi» rivendica con orgoglio, «abbiamo presentato il primo atto parlamentare per capire cosa volesse fare il governo regionale». Il Muos dev’essere collocato in luoghi nei quali non ci sia rischio per la gente. L’ex presidente s’infiamma. «Abbiamo incontrato i produttori agricoli che ci chiedevano di non essere penalizzati dalle tasse, abbiamo incontrato le vittime del racket che non vogliono essere lasciate sole, abbiamo incontrato gli agricoltori dell’ennese costituitisi in associazione per difendersi da chi li vorrebbe derubare».
La lista delle categorie offese dal governo regionale è lunga. Ottomila addetti alla formazione da quindici mesi non percepiscono stipendio. Laureati e diplomati senza lavoro, avvocati che non hanno soldi per pagare l’iscrizione all’ordine (e i giornalisti no?). Tra gli infelici, in primo piano, gli espulsi dal mercato del lavoro: i cinquantenni ai quali non viene data possibilità alcuna.
Tutto questo, continua Musumeci, è frutto di «scelte politiche sbagliate». Il Pd ha danneggiato la regione e governa dal 2009. Crocetta è solo la maschera «di un gioco sporco». Ma da stasera i vertici del Pd sapranno che in Sicilia c’è chi non si rassegna. «Siamo alla paralisi: non si governa, non si sceglie!». Di più: la democrazia è diventata una zavorra. Il Senato sarà luogo di gente nominata da regioni e comuni; le provincie sono ancora lì, gli hanno solo cambiato nome, per fare un favore a Orlando e a Bianco.
In tutto questo «cresce la voglia di partecipazione diretta». La sinistra non capisce quel che vuole la gente. Difetto costituzionale. E da tangentopoli la politica non ha imparato nulla. Anzi è sempre più debole e delega ai magistrati le scelte: «non sono i magistrati ad essere invadenti», è la politica a non valere nulla. La politica è oramai fuori gioco: segnatevi questo giudizio. In Sicilia poi, non esiste più un organo di controllo: non ci sono i Co.re.co e i segretari comunali verranno aboliti. Di politica non se ne fa più.
Tutto d’un fiato l’intervento di Musumeci. Da un argomento a un altro. I fedelissimi lo comprendono più che bene. La Sicilia è povera e ignorante, malgrado le università. Rischia grosso. Bisogna ridare ai sindaci il potere di gestire l’emergenza rifiuti. La differenziata viaggia su percentuali del 7 o 9%. Il petrolio non può essere il destino di questa terra: il polo petrolchimico – Milazzo, Gela e Siracusa – è da bonificare perché lì si muore di tumore. «Quel che occorre è una riconversione industriale». E la cultura? Guai a non citarla. I siti Unesco non sono valorizzati, non c’è una politica del turismo. L’edilizia è ferma, i centri storici avrebbero bisogno di cure e con essi le realtà urbane. Lavorare significa creare ricchezza. Altri numeri: trecentoquarantamila famiglie in Sicilia sono sulla soglia della povertà relativa.
Il fiume rompe gli argini. Musumeci ne ha pure per il centrodestra. «Non vive un momento magico, l’offerta politica che arriva da Roma non definisce un quadro chiaro». Che fare se non andare oltre i partiti? Creando un progetto di salute pubblica. Il suo appello è, come s’usa dire, a 360°. È bene che ascolti, dice avviandosi alla conclusione, quel 55% di siciliani che nel 2012 non è andato a votare.
Obiettivo della riunione dell’11 è creare un movimento d’opinione: con sinistra, destra e centro. Realtà sociali attorno a un manifesto in dieci punti che verrà pubblicizzato a dovere, su internet e nelle “piazze”. «Da sei mesi si sta lavorando a un progetto coinvolgendo, in primo luogo, la società civile». E con essa quel mondo «silenzioso» e «sommerso» che può essere la carta vincente per il cambiamento. Bisogna soltanto lavorare sodo. «Ci organizzeremo in assemblee aperte». Cosa ci aspettiamo dalla gente, sembra domandare? Consigli ma soprattutto critiche.

Lui da parte sua è pronto ad assumere qualsiasi incarico. Un pensiero va ai giovani. «Essere giovani è un’opportunità». La politica è morta viva la politica: questa deve far tornare protagonisti i giovani, che devono riuscire «ad amare la vita». Conclude così, citando un dialogo avvenuto tempo fa presso la comunità di San Patrignano.

Marco Iacona
(foto di Vincenzo Musumeci)

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