Pina Mazzaglia

Una conoscenza preliminare dei concetti di un artista è essenziale per analizzare e comprenderne il suo operato. La mostra personale di Hamish Fulton, Migrant Volcano a Palazzo della Cultura di Catania, offre un percorso inedito sul modo di intendere il paesaggio, scenario inconsueto che si apre sulla nostra Etna e sul concetto del “prendere” come esperienza visiva. L’artista inglese supera il pensiero della semplice “figurazione” e lascia il posto all’esserci, al luogo in cui il paesaggio diventa pretesto del sentire, dell’indagine operativa, prodotto di mediazione complesse e stratificate. Due grandi Opere a parete, alcuni lavori fotografici e piccole sculture in legno, formano il percorso espositivo scelto appositamente per l’evento catanese. Nato a Londra nel 1946, Hamish Fulton attribuisce a se stesso l’appellativo di “walking artist”. Matura la consapevolezza di volersi confrontare unicamente con il paesaggio e l’ambiente. Il modo in cui usa il linguaggio della ricerca naturalistica si lega alla scelta dello “Showing” e della dislocazione di questa, che diventa testimonianza, prova, documento, riflessione, senso, istinto di un’azione di trasferimento a partire dalle apparenze dell’oggetto scelto: come nella camminata che dal mare ha toccato il cratere dell’Etna e da qui è ridiscesa con la spettacolarizzazione del territorio che fa da scena portante. I resoconti e la simultaneità delle interpretazioni creano un vortice iconografico a cui non è possibile sottrarsi: c’è una ricerca antropologica nella direzione in cui lui si muove: la sociologia alla moda che applica, quasi si trasforma in aggettivo in tutto quello che vede muovere intorno… Lo studio appassionato della natura e delle culture appartenenti, porta inevitabilmente al coinvolgimento personale, che tradizionalmente resiste e non può appartenere solo all’osservatore, e conduce a ragionare sui fenomeni che tentano di spiegare qualcosa della vita: Fulton lo fa usando la sua “Arte”. L’arte insomma, o meglio la connaturata artificialità che contraddistingue da sempre il fare umano, non è altro che uno strumento con cui la Natura stessa finisce di fatto per confermare le regole e il domino assoluto come soggetto originario tra uomo e natura, tra artificiale e naturale divenendone unico strumento. In occasione dell’evento catanese abbiamo incontrato e intervistato la curatrice della mostra Elena Forin.

 

Come si inserisce la mostra “Migrant Volcano nel multietnico panorama nazionale?

Si tratta di una mostra che legge le specificità del paesaggio sulla base dell’esperienza vissuta dall’artista nel corso di una camminata che dal mare ha toccato il cratere dell’Etna per poi scendere nuovamente verso le acque. Credo che la mostra dia una visione del territorio e di una delle caratteristiche che più lo hanno connotato nei secoli: la Sicilia accoglie da sempre persone e da questo spirito di accoglienza si è creata la sua incredibile ricchezza culturale. Certamente la storia e il presente certificano situazioni umane drammatiche e l’urgenza di temi che ben lungi dall’essere prettamente locali riguardano l’intera nazione e tutta la comunità europea. Migrant Volcano, tra immagini e parole mette a fuoco le tracce di chi ha attraversato questi luoghi e di chi si è misurato con questo straordinario paesaggio. Spero possa far luce su un’idea di cammino come percorso umano più che come una specificità legata ai flussi… e che quindi possa contribuire a dare nuovi stimoli di comprensione per fenomeni così complessi.

Come avviene la traduzione dal territorio dell’esperienza allo spazio dell’esposizione? Quali metodologie sono state utilizzate?

Fulton dice sempre che se non cammina non può produrre opere: i suoi lavori traducono per immagini e parole ciò che il paesaggio gli ha comunicato e ciò che ha colto della storia e delle specificità del territorio in cui è stato. Naturalmente non si tratta di processi immediati: foto, acquerelli, wall paintings vengono messi a fuoco nel tempo, in questo caso il corpus di opere è scaturito un anno dopo la prima camminata sull’Etna.

Vuole spiegare ai nostri lettori come si collegano queste riflessioni specifiche e tematizzate a un livello più generale di critica nonché della curatela contemporanea? Quale visione e quali strumenti?

Da anni il panorama critico e artistico internazionale è impegnato a definire e mettere a fuoco il fronte della site specificity e delle pratiche artistiche legate ai territori e all’esperienza: Fulton ha sviluppato un linguaggio e una tipologia unica all’interno di questa prospettiva. La sua pratica unisce la conoscenza di un contesto e la sua traduzione in termini visivi, per questo ritengo che il suo lavoro sia molto compatto e coerente sia dal punto di vista concettuale sia da quello più prettamente visuale. Spesso inoltre coinvolge il pubblico nelle sue camminate: i partecipanti vivono un’esperienza inconsueta, ed egli può misurare le risposte degli individui nel vivere dinamiche poco comuni… Il suo è quindi un lavoro che tocca l’anima dell’individuo anche quando è pensato per coinvolgere grandi quantità di persone.

L’arte ha la capacità di sintetizzare paesaggi ed esperienze. Questa può essere ricollegata a una sorta di ecologia della visione che si contrappone all’immagine stereotipata di paesaggio? Può essere interpretata come un nuovo concetto politico di osservazione del reale che dissente dalla partecipazione attiva?

Certamente. Fulton legge il paesaggio in una maniera inconsueta… o non tradizionale: credo che il silenzio, la ripetitività dei passi, la connessione simbolica con chi prima di lui ha attraversato certi cammini, la traduzione in enunciati brevi ma densi e l’utilizzo della parola mettano a fuoco quanto sia politico il suo stare nell’ambiente e il suo contributo al mondo della ricerca artistica contemporanea.

Hamish Fulton scrive: “La mia forma d’arte è il viaggio fatto a piedi nel paesaggio… La sola cosa che dobbiamo prendere da un paesaggio sono delle fotografie. La sola cosa che ci dobbiamo lasciare sono le tracce dei passi”. In che modo le ossessioni e le visioni hanno alimentato la sua ricerca artistica?

Fin da bambino, quando aveva raggiunto il Goat Fell, il punto più alto di una delle isole della Scozia, Fulton aveva capito di voler dedicare la propria vita alla registrazione dell’esperienza. I suoi non sono mai stati, volutamente, degli interventi sul territorio, ecco perché la sua non è Land Art. Il suo lavoro, attraverso il tempo, lo spazio e l’impatto simbolico delle impronte lasciate sul cammino, si connota come una pratica artistica che unisce meditazione, pensiero, comprensione, visione. Credo che siano questi i termini che definiscono il suo approccio e i suoi interessi: il ritmo e le modalità, come la solitudine o il silenzio, dicono poi molto anche di come i suoi viaggi siano dei percorsi che uniscono percezione dell’ambiente e dell’individuo al medesimo tempo….

L’importanza delle regole: in che modo il “metodo” condiziona la ricerca fotografica dell’autore?

Non credo che la “condizioni”, penso piuttosto che le sue opere traducano ogni momento della sua esperienza sul territorio. Nel caso di Migrant Volcano ad esempio, il wall drawing sulla parete di destra – che tra l’altro verrà lasciato per 25 anni in comodato alla città di Catania – narra la struttura concettuale dei walk: il numero dei giorni passati camminando, le parole che questa esperienza ha fatto scaturire (il numero delle lettere di ciascuna parola corrisponde al numero dei giorni passati camminando), una frase che indica come questa camminata è stata pensata, nel caso specifico, come un’unica linea di passi. Poi i lavori fotografici che ripercorrono le fasi del cammino offrendo sguardi parziali del percorso, i multipli che uniscono parole e immagini, i lavori in legno, gli acquerelli e il wall painting blu e grigio che danno idea dell’aspetto immersivo e visivo della camminata. Tutte queste opere raccontano la densità dell’esperienza che Fulton ha vissuto tra il mare e il vulcano.

Può darci un’anticipazione dei progetti futuri?

Il prossimo progetto che faremo insieme mi entusiasma davvero tantissimo: una Repetitive Walk. Si tratta di una camminata collettiva che coinvolgerà un grande numero di partecipanti e che si terrà nella cornice straordinaria del cortile di Palazzo Ducale a Venezia… Online troverete facilmente tutti i dettagli dell’evento (basterà anche mettersi in contatto con la Galleria Michela Rizzo che produce l’evento, che è promosso dai Musei Civici di Venezia). Spero che tanti dei nostri lettori vogliano partecipare a questa esperienza il 22 novembre, ultimo giorno di Biennale, nel primo pomeriggio, sarà davvero speciale.

La mostra di Hamis Fulton è aperta al pubblico fino al 10 dicembre 2015, nelle sale espositive di Palazzo Platamone di Catania.

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