“Odio gli indifferenti”, di primo acchito suona come una condanna dell’attuale società ai valori sostanziali fondanti il pensiero dell’essere di platonica memoria. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Odio gli indifferenti è il titolo della personale di Michele Ciacciofera in corso alla Galleria Carta Bianca di Catania. Preso in prestito dalla famosa affermazione di Antonio Gramsci che nel suo pensiero sottolineava come l’indifferenza agisca potentemente nella storia, come questa operi passivamente lasciando che le cose non accadono per azione di una ristretta minoranza, ma perché l’indifferenza della stragrande maggioranza lascia che queste accadano, la personale dell’artista palermitano, traspone il fare politico a quello artistico e usa dei messaggi brevi in cui la visione del mondo contemporaneo, globalizzato e vessato da crisi sociali e identitarie, aspira a un futuro che si riappropri di contenuti morali, dove il patrimonio culturale si eleva al di sopra di ogni manifestazione strumentale e arbitraria per diventare di spirito collettivo e democratico. Nell’era digitale, nella produzione sconfinata di un immaginario di sintesi, che deborda da quello analogico e naturale, stravolgendo la prospettiva lyotardiana di conseguire in arte il concepibile non rappresentabile e favorendo la rappresentabilità al di là della capacità concettuale, la pittura, per esprimere il cambiamento, per adeguarsi alle diverse prospettive, deve trovare nuovi percorsi, depurandosi e mimetizzandosi. Ciacciofera lo fa tramite impalcature e strumenti rudimentali, quasi primitivi, si riappropria dell’arte antica, rinascimentale, contemporanea, spezza il concetto fluido e ininterrotto del tempo, ne fa un linguaggio proprio e innovativo: poiché l’arte contemporanea non può vivere senza il supporto, il sostrato imprescindibile della storia. Facendo proprio quel quoziente di artificio, nei mezzi e nelle finalità di senso, che da decenni ormai coesiste e si fonde con il reale, in una dimensione ormai al di là del “postmoderno”, adopera una pittura non pittura: nel senso che, nega quasi il carattere fondante della pittura tradizionale, intesa da quella veneziana a quella spagnola, agli impressionisti, cioè la pittura di sommossa materia pittorica, che con le vibrazioni cromatiche, il gioco scoperto delle pennellate, visualizza il mondo circostante e l’atmosfera che l’avvolge, per giungere a una sintesi di forme e velature. Ne scaturisce una pittura liscia, che smorza l’impulso della materia, le superfici appaiono compatte, senza sbavature, in una definizione asettica, innaturale nelle precise scansioni chiaroscurali: fondamentali i bianchi, le tinte neutre e pastellate nella persistente volontà di un’espressione contenuta, che rinuncia alle piacevolezze di superficie, a favore di un impellente contenuto pre-concettuale. L’artificio incarna il ciclo dei sopravvissuti nelle installazioni dei manichini, i cui simulacri inerti, quasi mummificati, si sostituiscono all’umano, tutto in successione ai materiali zampillanti materia nuova. Dalla somma di questi punti risulta un perseguito contenimento, un costante controllo della pittura, un suo uso fuori dalle norme conclamate, accademiche, tecniche. Come perseguite sono le riproduzioni di immagini di estrazione fotografica, in un processo di rarefazione e di ricercata austerità. Un percorso di svuotamento della pittura, nel senso della materica fisicità cromatica, e di decomposizione della figuralità, che non lo portano alla pura astrazione, ma a una sua evanescenza, una sua sostanza prevalentemente concettuale che si identifica nel puro disegno grandioso, nella contrapposizione di masse, nei collage polimaterici, con prevalenti effetti plastici, in una sostanziale compressione del rappresentabile. La causa esterna di queste forme sempre nuove, ossia il fare umano, consente il semplice venire alla luce delle cose a provocare e a manifestarsi, riuscendo a vincere la resistenza del quieto vivere, offrendosi come testimonianza di un effettivo processo di liberazione, come strumento grazie al quale, ogni uomo potrebbe affrancarsi dalle catene quanto dalle sue più intime ossessioni.

Pina Mazzagliaimg_1917-web

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