Marco Iacona –

 

Catania, 14 febbraio 2015. È nata la fondazione “Fabbrica” presso il borgo industriale Sal restituito alla città grazie all’inventiva dell’architetto Sebi Costanzo. Di cosa si tratta? È un’iniziativa voluta da liberi cittadini che si pongono come obiettivo di favorire la relazione tra popolazione e istituzioni, a qualunque livello. In un momento in cui fasce sempre più ampie della cittadinanza esprimono il loro distacco, disertando le urne, occorre che qualcuno si impegni a ricucire lo strappo tra le comunità cittadine.

Inaugurazione alle 10 del mattino. Ospiti d’onore e promotori debitamente mescolati all’interno del capannone di via Indaco – i cui interni per buona parte sono rimasti grezzi – per dare un segnale alla città. In primo luogo un segnale di vita. Eccoci siamo qui, non abbandoniamo le posizioni. Fuori dai denti, è occasione utilie a tastare il polso al “malato Catania”.

Enzo Bianco in testa, ritardatario ma presente e partecipante. Signorile come sempre. Abituato al pubblico che affolla i cosiddetti eventi. È messaggero di buone nuove. Il Tar di Catania che rischiava di sparire, è stato salvato. Tutti contenti. Catania ha difficoltà ai più sconosciute, dice il sindaco. È una delle più grandi città del meridione – se non la più grande – che non è capoluogo di regione. Dunque è destinata a passare in secondo piano rispetto a Palermo e ad altre città più piccole e in apparenza più “impegnative”. Ciò significa meno attenzione e meno risorse. La città metropolitana è comunque la settima d’Italia, ed è una realtà fortemente dinamica.

Bianco è uno dei politici più ottimisti degli ultimi decenni. Ma sorrisi e entusiasmo a gogo non bastano. «In questa città può prevalere lo spirito di unità» e quando accade «la città ce la può fare». Catania ha bisogno di un forte protagonismo e di dialettica costruttiva. Per intanto la situazione è sotto gli occhi di tutti. La città è sorvegliata speciale almeno dall’inizio dell’anno. Gli ultimi due episodi l’“annacata” della Candelora in via Torre del Vescovo e la morte della bambina appena nata, non hanno giovato alla sua “popolarità”. Come se non bastasse, alcuni degli intervenuti – apparentemente più sensibili degli altri – si lasciano andare alle polemiche. Roba vecchia. Catania è la città del déjà vu. Una sorta di paese dei balocchi, un circo, un’arena a cielo aperto, il set cinematografico di pellicole osé, e di neomelodici “action movies” (qui gli opposti si attraggono). E poc’altro.

Gli intervenuti sono grossomodo facce già viste. Ma non mancano i giovani che “pubblicizzano” i loro progetti, il più delle volte innovativi. Tra gli ospiti Nino Pulvirenti, presidente del Calcio Catania: da noi anche le avventure sportive godono del “privilegio” dell’inclassificabilità.

Insomma, cos’è questa fondazione? Facciamolo dire a loro. Il frasario utilizzato da chi si alternava al microfono, sotto l’ala protettrice di Salvo Fallica, è fin troppo seducente per non essere vero. Nelle intenzioni almeno. “Fabbrica” vuole essere un laboratorio: un’officina all’interno della quale si discute di idee e progetti: trampolino di lancio di una classe dirigente nuova, perché la Sicilia ne ha davvero bisogno. Un luogo fisico e “ideale” che mette insieme liberi professionisti, imprenditori (quelli che dovrebbero cacciare i soldi per iniziative e progetti), commercianti, esponenti del mondo del volontariato, studenti, disoccupati (e sai quanti), con le immancabili eccellenze della realtà locale. Le start up ad esempio, premiate a livello internazionale e nate proprio dal “genio” della gioventù siciliana.

Presenti in via Indaco, anche i rappresentanti dei sindacati e delle Asp, i rappresentati di alcuni ordini ed enti come l’aeroporto, infine l’università. Non mancano vicesindaco, deputati, senatori, assessori e consiglieri, in massima parte di area centro-sinistra. Una gran folla. A metà mattinata il via alle presentazioni e alla dichiarazioni dei promotori: Antonio Fiumefreddo, Giuseppe Caudo, Marco Forzese, Adolfo Messina e Giuseppe Lumia. Prima di ogni cosa però l’Inno di Mameli, siamo siciliani d’accordo ma, vuoi scherzare?, l’Italia è l’Italia. Chi ci tirerà fuori dal pericolo Isis tanto per dirne una? L’Inno è registrato dal vivo e insolitamente ritmato.

L’entusiasmo contagia tutti. Anche quelli che sparano a zero sulla città, sotto sotto vorrebbero abbracciare i cittadini uno ad uno. È il caso di Fiumefreddo avvezzo a non mandarle a dire. «Oggi nessuno vuole più partecipare alla vita politica, mancano i luoghi del vero confronto». Si vota dappertutto compreso al festival di Sanremo (a proposito: profetizza la vittoria del “Volo”), tranne che in Sicilia. Qui la partecipazione è impedita dalla mafia che ha tutto l’interesse di mediare con le istituzioni. “Fabbrica” mette insieme più realtà: università (al momento giusto tutti si aggrappano al prof come si trattasse di una zattera di salvataggio), politica, imprenditoria, volontariato, tutti insieme appassionatamente. «Nasce una lobbie» sul modello americano continua Fiumefreddo, che ha il compito di proporre idee e avanzare proposte, e che deve porsi obiettivo di far da ponte tra cittadini e istituzioni. «Piazza e palazzo non devono più essere divisi». La fondazione, e vorrei ben dire, «ha il compito di prendere per mano le persone per bene e valorizzarle». Valorizzare soprattutto chi è rimasto fuori dal gioco democratico. Tutte le categorie sono benvenute, compresi i politici che naturalmente devono assumere impegni e responsabilità.

Troppe le difficoltà a Catania perché non si parli anche d’“altro”. Parole di fuoco sulla festa di sant’Agata ancora da parte di Fiumefreddo, un accenno al degrado, alle infiltrazioni mafiose nelle istituzioni – negli ultimi tempi se ne è parlato spesso – e alla sanità siciliana («Lucia Borsellino non si deve dimettere, la Sicilia non va commissariata. È il governo regionale che deve porre fine alla precarietà»). In fin dei conti, “Fabbrica” è il risultato della cultura del fare, che esiste anche a Catania e che andrebbe “sfruttata”, parole d’ordine: trasparenza e responsabilità.

Tocca agli altri adesso, ai promotori e ad alcuni testimoni della società civile. Attivi nei campi più disparati. Dopo il fiume-freddo poche testimonianze ma efficaci. Come quelle di Sebastiano Piazza e Ettore Denti (sui prodotti tipici siciliani), di Renata Saitta (sui minori in difficoltà), e di Salvo Salemi (psichiatra). C’è perfino chi ha inventato un nuovo modo di parcheggiare per rendere meno dura la vita ai motorizzati. La palla passa infine ad Adolfo Messina tifoso dell’innovazione, a Marco Forzese che si agita ricordando i ritardi della sanità siciliana. E a Giuseppe Caudo che confessa di sperare in una normalizzazione della Sicilia. Infine il senatore Giuseppe Lumia che rilancia la «cultura progettuale, aperta e creativa».

Fallica aveva promesso di mandarci a casa per l’ora di pranzo. Sono le tredici e tutto va bene. L’appello, non nuovo, al ritorno della politica nel «territorio» funge da gong. La lobbie smobilita, Catania rimane in attesa che lo spirito si faccia “carne”: dall’idea nascerà finalmente la “cosa”?

 

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