di Anna Rita Fontana

Catania – E’ ritornato all’antico splendore il presbiterio della cattedrale catanese, col restauro degli affreschi del pittore romano Giovan Battista Corradini, risalenti al diciassettesimo secolo. Prezioso lavoro della restauratrice Simona Panvini, inaugurato nell’incontro tenutosi al duomo, al quale hanno preso parte l’Arcivescovo Mons. Salvatore Gristina, il direttore dell’ufficio diocesano Padre Carmelo Signorello, la Soprintendente ai Beni culturali di Catania architetto Fulvia Caffo, la direttrice dei lavori Luisa Paladino (alla guida dell’Unità operativa Beni storici e artistici) e il direttore dei Musei Vaticani Antonio Paolucci ( designato tale nel 2007 da Benedetto XVI). Numerose le autorità presenti, quali il sindaco Enzo Bianco, il Procuratore della Repubblica Giovanni Salvi, il comandante provinciale dei carabinieri Alessandro Casarsa, l’assessore ai Saperi e alla Bellezza condivisa Orazio Licandro, mons. Barbaro Scionti e il vescovo di Caltagirone, mons. Calogero Peri. “Coltivando la bellezza ci avviciniamo alla sua fonte che è Dio”, è stato il richiamo iniziale dell’Arcivescovo, cui ha fatto seguito l’architetto Caffo, parlando di un giorno di festa, e di bellezza persuasiva dell’arte al servizio della fede universale, nel segno del comune interesse di tutela e salvaguardia del patrimonio artistico di appartenenza, in ossequio ai principi del codice dei beni culturali, perseguito grazie alla collaborazione tra gli uffici dell’amministrazione regionale della Soprintendenza catanese, il Centro regionale per il restauro guidato da Enzo Cilia e l’Arcidiocesi di Catania.

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“Un lavoro interdisciplinare – ha proseguito la Caffo- che ha riunito le competenze di direttori operativi quali Catalano, Di Blasi, Vitale, Cosimo Distefano e dei colleghi della soprintendenza Sanfilippo, Cappa, Sorbello, Catalano e Carmela Maria Di Blasi. Le fasi del restauro, affidato all’impresa esecutrice “Ferrara Restauri” di Calatafimi, per l’importo complessivo di 473 mila euro ( direttore tecnico Rosario Ferrara), sono state illustrate da Luisa Paladino, che ha rilevato la maestria di Corradini  figlio d’arte, formatosi nella bottega del padre Annibale, doratore e pittore bolognese, la cui esperienza, insieme a quella dello zio Rinaldo e della maniera romana negli affreschi di fine ‘500, confluì nel tratto stilistico dell’artista. Il ciclo di affreschi della cattedrale, realizzati nel 1628 su committenza dell’allora vescovo Innocenzo Massimo, con reminiscenze della Cappella Sistina di Santa Maria Maggiore e l’impostazione delle figure dalle decorazioni della Cappella Paolina di Paolo V, come attesta la critica, coprono una superficie di 580 metri quadri, al di sopra del coro ligneo del napoletano Scipione Di Guido, incentrandosi sulla rappresentazione dell’Incoronazione di Sant’Agata. Soggetto già presente nel retablo dell’altare della cappella in onore della patrona, ad opera dello scultore messinese Antonello Freni ( autore anche del portale del sacello di S. Agata), che aveva realizzato un bozzetto dell’icona a mandorla basato appunto sull’Incoronazione di S. Agata. Tale bozzetto, allora rifiutato ( perché stilisticamente non aggiornato) e portato al museo civico del Castello Ursino dal direttore Libertini ( dopo averlo prelevato dall’ospizio di beneficenza dei Gesuiti) è stato restaurato dalla soprintendenza nel ’99. Esso, presentando un’iconografia sacra in linea con i principi della controriforma , delinea l’empireo, luogo più alto dei cieli, con gli angeli e le anime come S. Agata, accolte grazie all’intercessione religiosa dei vescovi attraverso le virtù teologali.

I principi ispiratori perseguiti da Corradini seguono gli indirizzi post-tridentini della chiesa romana, quanto a grandiosità architettonica, fasto liturgico e ricchezza degli apparati figurativi ( in antitesi al rapporto individuale di coscienza e fede e alle spoglie chiese della riforma), in linea con le grandi volte affrescate quali metafore del paradiso, e col culto di santi, angeli e martiri che rinviano al sacrificio di Cristo, introdotto nella chiesa, appunto post-tridentina, a pianta basilicale e a croce latina. Gli affreschi di Corradini, rara testimonianza di pittura murale sopravvissuta al terremoto del 1693( insieme a quelle del sacello e della cappella di S. Agata del 1684, come l’affresco con l’eruzione dell’Etna del 1669, di Giacinto Platania),presentano quattro riquadri al di sotto dell’iscrizione dedicatoria alla santa: sulle pareti del presbiterio sono raffigurati santi catanesi con le palme del martirio, entro cornici con festoni di frutta intercalati da puttini alati; i quadri dell’abside, invece, accolgono a sinistra S. Euplio e a destra S. Stefano, affiancato da Ponziano, Fabiano e Cornelio.

La Paladino si è poi soffermata sui due sarcofaghi ragonesi (poi rimossi dalle pareti sotto i riquadri dei santi martiri e trasferiti nella cappella della Madonna) da uno dei quali, dalle sembianze di Costanza d’Aragona di Navarra, scolpite nel coperchio, il cesellatore senese Giovanni Di Bartolo avrebbe tratto dieci anni dopo il calco per il volto del busto reliquiario di S. Agata. Vari sono stati gli interventi di restauro degli affreschi, come quello del 1804 del catanese Giuseppe Distefano; poi del 1925, e in seguito al bombardamento del 1943, da parte del Genio civile e della Soprintendenza ai Monumenti della Sicilia orientale, sino all’intervento tra il ‘58 e il ‘59 del catanese Giovanni Nicolosi.IMG_1593

I lavori, avviati dal Programma operativo Fondo europeo a sviluppo regionale,  a seguito di un complessivo stato di degrado, con diffuse effluorescenze e consistenti infiltrazioni di umidità dalle coperture, si sono conclusi a dicembre 2014. Il monitoraggio, l’osservazione ravvicinata e le analisi fisico- chimiche di quanti operano nel centro regionale di restauro, guidati dal dott. Cosimo Distefano, responsabile del laboratorio di chimica, si sono orientati anche al rifacimento pittorico di cromie fortemente ingiallite della base ottocentesca per ripristinare quelle di Corradini, nonchè a integrazioni di porzioni ricoperte a foglia d’oro-zecchino, con successiva patinatura. L’intervento di Antonio Paolucci ha rievocato l’emozione di avere assistito, nella città etnea, alla festa di S. Agata con tutto un popolo attorno alla sua santa, in un’atmosfera di luce oro e cristallo, che non regge il confronto, ad esempio, col protocollo della festa di San Giovanni a Firenze. Tornato in Sicilia dopo la visita, nel 2013, a Caltagirone, per l’ampliamento della diocesi guidata dal vescovo Mons. Peri, lo storico ha ribadito le ascendenze della pittura figurativa sistina di Santa Maria Maggiore, nel tratto del pittore romano, che tiene a modello i protagonisti del mondo barocco, quali Rubens e Gian Lorenzo Bernini. Decantando la bellezza dei musei vaticani (dei quali non si può ignorare la galleria delle carte geografiche di Papa Gregorio XIII, che immortalano ogni angolo e ogni diocesi dell’Italia) nella meraviglia dei loro affreschi, Paolucci ha ricordato la presenza di S.Agata, glorificata anche a Roma dalla pittura di un autentico tempio dell’arte.
A. R. F.

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