Non ce la possiamo fare. Adesso a maggior ragione. La Sicilia è la porta d’Europa. Europa per modo di dire, perché tra “ribelli”, mafiosi, “indipendentisti”, “sautavanchi”, mangiapaneatradimento (tutta una parola), furbi, bigotti, guelfi, “palleggiatori”, antieuropeisti, fascisti e non so cos’altro non resta praticamente nessuno. Oggi ha così tante responsabilità che manco la “buonanima” di Mussolini riposerebbe tranquillo.

Non ce la possiamo fare soprattutto noi catanesi. Abitanti un luogo brutto e senza legge (la relazione tra bruttezza e anomia andrebbe studiata). Migliaia i cittadini arresisi ai mafiosi e alla borghesia dei posti di lavoro. Quella che non fa fatica e che vive tra color che son sospesi, ma in altro senso. Classe sociale a una dimensione. I discendenti erediteranno virtù e privilegi, e a culo tutto il resto. Si parla ancora di Sicilia baronale, parassiti-straccioni senz’alcuna spina dorsale. Convinti di profumare di lavanda. Sono zombie che stenterebbero a trovare una tomba. E accumulano invano titoli, su bigliettini da visita: dott., prof., ecc. Che “dio” salvi la repubblica.

Non ce la possiamo fare. Vittime dell’ideologia. Del tanto peggio tanto meglio, della voglia di cannibalizzare il prossimo. Meglio cento morti in casa che un siciliano alla porta – variazione sul tema – un siciliano senza personalità a cui mamma ha ordinato di essere il migliore. Se te lo trovi tra i piedi, è davvero finita.

Voli antropologici. E a proposito di voli. I terroristi hanno scoperto che da Catania – dal nostro aeroporto – è facile passare, vedrete che così la definizione “porta d’Europa” avrà senso. Quanto abbiamo dato a Vittorio Sgarbi “beddu de fimmini” per curare la mostra al mostro (sic) Ursino? Qui la cultura è come l’elezione di una miss: esibizione di cosce, rossetti e minigonne per pochi giorni. E un oceano di bruttezza tutt’attorno.

Avete visto cos’è successo il 22 gennaio? Pioggia che dio la mandava, la città si è trasformata in un fiume. Quanta gente ha rischiato la vita? Eppure la giunta Bianco perde tempo a inventarsi rotonde prive di senso. Manca un piano di smaltimento acque, manca un piano per restituire la città alla legge. Orazio Licandro si vanta su Facebook dei “successi” del suo assessorato, ma passerà anche lui come l’acqua tra viale regina Margherita e viale XX Settembre. Qui si gioca, si scherza. Tutti baroni siamo, nostri sono i terreni, altrimenti il posto fisso alla regione o al comune. L’altro giorno a Catania c’era Franco Battiato, all’ex monastero dei Benedettini. Gli avrei chiesto – se non fosse uomo di microscopica simpatia – di farsi un giretto nella Catania “nascosta”, quella tra via Plebiscito e via della Concordia. La repubblica santapaoliana, altro Stato nello Stato come San Marino o il Vaticano. Chissà come avrebbe reagito dall’alto del seggio spiritualista (scrollatina di spalle da numero uno)?

Ecco: la chiesa. Tra pochi giorni sarà sant’Agata. Più in là scriverò qualcosa sul rito di consegna delle chiavi della città ai padroni. Il cinque febbraio le milizie occupanti celebrano la loro festa. I nemici della libertà ci inonderanno dei loro inutili e snervanti predicozzi. L’altro giorno è morta una donna di trent’anni e un tizio vestito di nero ha detto: “Il signore sa quello che fa”. Barzellettieri d’Italia vi presento Catania. E lacrime come pioggia.

A proposito dell'autore

Giornalista e saggista

Marco Iacona, giornalista e saggista. Siciliano non per colpa sua. Autore di sei volumi dal colonialismo italiano all’éra pop passando per il Sessantotto. Il settimo è in arrivo. Conosce Trento, Trieste, Bologna, Milano, Bergamo, Asti, Roma, Firenze, Pisa, Genova e Venezia. Non è mai stato ad Amalfi. Preferisce i fumetti a Nietzsche e Nietzsche a Hegel. Studia la destra ma preferisce Woody Allen. Ama l’opera lirica, la Callas e Pasolini. Ha vissuto quarant’anni in Sicilia e quattro in Piemonte. Nel 2010 ha riattraversato lo Stretto non per nostalgia.

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