di Daniele Lo Porto
CATANIA – Enzo Bianco sta “liberando” tutto: dal lungomare al Castello Ursino. Una liberazione reale e simbolica al tempo stesso. Tra proteste e applausi, tra sorrisi e musi lunghi, com’è naturale che sia. I catanesi pattini-e-biciclette possono esibirsi nelle domenica di chiusura al transito dei veicoli sul confine di cemento, sempre più degradato, che separa la città dal mare. In mezzo c’è quella “terra di nessuno”, altrettanto degradata che è la scogliera. Immondizia, ringhiere arrugginite, resti di lidi nati chissà come e chissà perché a pochi metri di distanza da piazze trincerate perché a rischio crollo. Il Castello Ursino, poi, in ogni altra parte del mondo sarebbe una risorsa milionaria, da noi solo da qualche anno ha riacquisito prima la dignità del monumento, poi quella di contenitore culturale. A renderlo più suggestivo e storicamente interessante l’intelligente lavoro della Soprintendenza che ha rimosso la colata lavica di fine seicento, riportando alla luce parte della fortificazioni spagnole e ridando, quindi, maestosità alla parte di sud-est del maniero federiciano. Intelligente e positiva la chiusura alle auto della zona circostante e le tante iniziative culturali e di aggregazione che si sono succedute per tutta la giornata.

E, adesso, quando Enzo Bianco invaderà Le Ciminiere per liberarle? Le Ciminiere sono dell’ex Provincia regionale di Catania. Furono aperte e valorizzate durante la presidenza di Nello Musumeci. Mostre, musei, eventi, congressi internazionali e nazionali, presepi e faraoni, fuochi d’artificio e scrosci d’applausi. Erano uno spazio vivo e vissuto “regalato”alla città. Si andava alle Ciminiere senza sapere neanche perché, o meglio il perché era che si era certi di trovare qualcosa. Poi, il medioevo lombardiano, all’insegna della sagra nazionalpopolare-autonomistica e, poi, addirittura, il peggio: la preistoria con la gestione da clan tribale di Giuseppe Castiglione, giustificata dalla necessità di risparmiare. Scusa sempre buona per tenere lontano chi non è parente o clientes. Ma, ecco l’errore di fondo, che è comune ad una classe politica men che mediocre che in Sicilia riesce ad esaltare la prova mediocrità. Un museo, un contenitore culturale, una mostra non devono essere considerati “costi” o “fondi a perdere”, ma opportunità di risorse. Il Museo del cinema e il Museo storico dello sbarco in Sicilia 1943 sono di indubbio interesse e qualità, non solo nazionale. Potrebbero essere opportunità di risorsa, autofinanziarsi e finanziare anche l‘esercito di dipendenti della Pubbliservizi che vi lavora. E, invece, no. Trascurati, abbandonati a se stessi, senza alcuna attività di promozione e pubblicizzazione che potrebbe essere a costo zero, sia bene inteso. Gli amministratori e gli amministrativi (ben pagati) della Provincia in dieci e oltre anni non sono riusciti, o non hanno voluto, neanche creare le premesse perché potessero essere venduti gadget, cataloghi, cartoline, magliette, “ricordini” dei musei. Se vai al Louvre o al British Museum di Londra spendi 5 per entrare e poi spendi 50 dentro per lo shopping culturale. È così ovunque, ma da noi è fantascienza.
Circola voce, ormai da tempo, che lo smembramento delle ex Province, ridotte a non garantire neanche i servizi essenziali dopo due anni e mezzo di commissariamento voluto dallo governatore Rosario Crocetta, prevede la cessione del Centro fieristico-culturale delle Ciminiere al Comune di Catania. Ipotesi vera o falsa, condivisibile o meno, ma forse unica soluzione per restituire le Ciminiere alla città, per “liberarle” dall’oblio e dal disinteresse. Se dovesse essere Enzo Bianco ed i suoi incursori della cultura ad abbattere ringhiere e trincee di mattoni rossi, alla fine, può essere solo un bene.

 

Foto di Vincenzo Musumeci

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