I pensieri inseguono la fine degli anni Settanta. Le partite di pallone «a porta romana», o quelle tradizionali a due porte. Nei luoghi più impensabili di una Catania paurosa ma non triste. La sera si conviveva con l’ansia e si faceva attenzione a uscire: così un ispirato Francesco Merlo invitato al “Cutelli” di via Firenze all’inizio del 2014. C’era il motel Agip dove la città finiva, cerano le sigarette dalle buttane (con la b), lì compravi le dosi di veleno soprattutto la sera, c’erano i giornalai di piazza Stesicoro, c’era la nostra piazzetta silenziosa come un pescatore sul molo. Piazza Scammacca. Il resto era rischio maggiore.

Quattro o cinque ragazzi, in particolare. Ecco noi non sognavamo nulla. Gli esercizi dei sogni erano già vuoti come se fosse passato il re degli Unni. Sognavamo un buon lavoro, un minimo di notorietà (perché negarlo?), una bella donna e poc’altro. Una bella donna, già. Avere presente Angelina Jolie in “The Tourist” (quando Johnny Depp palesa la sua identità)? Ma chi avrebbe voluto sposarsi? E chi poi lo sarebbe rimasto a lungo? A quindici anni le idee le avevi chiarissime, a venticinque le avevi già cambiate, a quaranta stentavi ad avere un pensiero, il che non è detto fosse il peggior difetto. A quell’età, a quei tempi, c’era lo sport, c’era la politica, c’era la musica, c’erano le ragazzine sotto casa, c’era quel tantino di moda, c’erano libri e fumetti. Micro universi che si incontravano a giorni alterni.

Ci stanno facendo rimpiangere quei tempi: quando a trionfare era l’improvvisazione. Noi la politica la facevamo in piazza Scammacca. Lì al posto dei pub, l’elettricista e quell’unico baretto all’angolo che chiudeva alle cinque del pomeriggio. E quella fontanella che non tradiva mai. Politica per modo di dire, perché la politica era scelta coraggiosa o la facevi ed erano affaracci tuoi o ti limitavi ad orecchiare. A vedere in tivù, come un giovane Fantozzi, l’avvicendarsi di facce scure e uniformi grigie. Alla “Luigi Pirandello” di piazza Stesicoro il mio compagno di classe, Roberto, era contro l’aborto (come poteva esserlo un adolescente isolano), lui per tutti era “il fascista”. Com’era bello però il Settantasette, com’era bello quel linguaggio sfrontato, anarchico a modo nostro e quei vestiti, indecorosi soltanto per i parrucconi. Andavano di moda le voci dal tono allegro alla radio, i tipi ben ordinati alla tivù, i pezzi forti e quelli lenti (rapporto 2:1) sul piatto del giradischi.

Catania. Strade vuote. Tanto poté la paura nei Settanta. Chi non ricorda l’omicidio del commerciante elvetico Caflish, avvenuto nel cuore della città (1970)? E quel giorno al casello di San Gregorio nella Messina-Catania, quando morirono tre carabinieri (1979)? Le stesse strade rigurgiteranno pedoni e futuristici pescecani nei nostri weekend. La paura dei Settanta non la esorcizzavi. Semplicemente non la vivevi. La paura di un quindicenne non era vera paura (fantasmi esclusi): per pochi attimi dimenticavi di essere ottimista, tutto qua. Avevamo tre luoghi – o forse quattro – dove poter imitare i campioni dello sport, che era calcio e tanto altro. Solo che quell’“altro” era più difficile da imitare.

Ci stanno facendo rimpiangere quei tempi: quando gli educatori della domenica ci sgridavano perché giocavamo a calcio sull’asfalto della villetta – lato nord – del Duomo di Catania. Quello prossimo al portale rinascimentale. Oggi a calcio non si gioca più. Era il nostro posto preferito, ci rassicurava la presenza-assenza di monsignor Innocenzo Licciardello che era prete all’antica, livello estinto come le casalinghe. Iniziavamo in tre-quattro finivamo in dieci. Il nostro stadio casalingo era via della Loggetta. Lì potevi fare gol o supergol. Chiarire la differenza è arduo, non impossibile. Per fare supergol dovevi centrare la porta da calcio e contemporaneamente far entrare – accidentalmente of course – il pallone all’interno di una sobria salumeria di via Reina, stradina tra piazza Università e piazza Ogninella. Si giocava quando non si andava in Cattedrale, non era un sacrificio, il pomeriggio e la sera. Quasi nessuno ci urlava dietro se escludete i salumai. Ci crederete? Le macchine transitavano con scarsa frequenza. Condizione essenziale per poter solo immaginare una partita a «porta romana» di due contro due.

Il «Maracanã» era il piazzale del Banco di Roma, dove più tardi – nel 1984 – organizzammo un vero e proprio campionato per giovani e meno giovani. Due gli ostacoli quasi insuperabili. Primo: dribblare il palo per l’illuminazione stradale che svettava orgoglioso al centro del “prato di gioco”; secondo: recuperare il pallone quando finiva nell’ampio fossato dietro la porta, lungo il lato est. Noi non vincemmo il girone ma ci divertimmo da pazzi. Il nostro «San Siro» invece non era il Cibali ma lo spiazzo denominato «Squibb» in via Cimarosa sul tetto dell’Autorimessa centrale. Se hai più di quarant’anni, sei catanese e lì non hai mai giocato a calcio, non sei nessuno. Ci arrivava ogni sorta di maledizione, proveniente dagli automobilisti che transitavano lungo la strada che costeggia il «grattacielo» delle Assicurazioni Generali. Centrati come birilli, ma dall’alto.

Il «campo Squibb» aveva due ingressi, uno libero su via Cimarosa – oggi chiuso – l’altro piccolo e sovente impraticabile cui si accedeva dalla scalinata di largo Paisiello, dalla parte della fontana del «centro cittadino» di Dino Caruso (1956). Scalinata divenuta più o meno famosa ai tempi della “Matassa” film con Ficarra e Picone. Chi entrava da lì però rischiava di morire intossicato: quell’ingresso era una vera e propria fogna a cielo aperto. Un gabinetto per uomini e bestie.

Ecco ho raccolto qualcosa di una Catania di quasi quarant’anni fa. Piccolo mondo che di lì a poco avrebbe conosciuto il benessere degli Ottanta, oramai lontano. Degrado e disordine sono alle stelle, la cacca resiste, oggi lo svago (svago?) è costosissimo. I palloni da calcio e i calciatori hanno preso nuove strade.

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