di Marco Spampinato

CATANIA – Circa venticinque anni addietro il massimo dirigente del Cimitero comunale di Catania veniva “gambizzato”. I proiettili partiti dalle pistole di esseri subumani, carogne e vili, in tipico attentato di stile mafioso, colpivano, in quella occasione, gli arti inferiori del direttore che, al tempo, si occupava di coordinare i lavori, e registrare il decoro pubblico, all’interno dell’area cimiteriale di Acquicella.

Era un galantuomo, ligio al proprio dovere e inflessibile riguardo a compromessi inaccettabili, il dirigente Musumarra, venuto a mancare per cause naturali anni dopo quell’episodio, e, per via della sua intransigente onestà doveva essere “avvisato”; probabilmente dopo l’ennesimo diniego, dopo la reiterata difesa del bene pubblico, nella scelta assolutamente integra della legalità come ovvio senso alla propria vita civile, nel tentativo di non offendere le pari opportunità, e i comuni diritti, dei singoli cittadini.

Cimitero di Catania, noto agli autoctoni come ” I Tri Canceddi”, dalla conta, elementare, dei cancelli di ferro battuto che rappresentano l’accesso principale alla vasta area.

Cimitero, quindi, un luogo che dovrebbe rappresentare eguaglianza, nella morte, esigere il rispetto umano e sovra umano, il silenzio, finanche la preghiera, ovviamente. Invitare alla pace.

Cimitero, area dedicata al culto dei morti. Dove, come in un brutto film, si può anche morire entrandoci da vivi.

E non per il classico malore dovuto allo strazio per la dipartita della persona amata.

Passando alla cronaca il Cimitero di Catania torna alla ribalta, nella mattinata di oggi, per una minaccia, stavolta con contello (“Occhiu vivu e manu o cuteddu” si direbbe in una sfida all’Ok Corral siciliano tra i cumpari verghiani Alfio e Turiddu) ad opera di un dipendente comunale nei confronti di due cittadini!

Si, di un dipendente comunale.

La notizia arriva poco dopo le 11,00 a Palazzo degli Elefanti, quasi in tempo reale rispetto ai fatti, gravissimi, appena verificatesi.

Poco prima un dipendente comunale dell’unico cimitero in città aveva prima pesantemente insultato e poi minacciato, brandendo un coltello da sub, due cittadini che si stavano lamentando in merito ai disservizi riscontrati durante la spolatura di un loro familiare.

L’uomo, addirittura provenendo da un altro ufficio rispetto a quello dove i due uomini si erano andati a lagnare, aveva tentato l’aggressione ma i due non si sono fatti cogliere di sorpresa e hanno reagito riuscendo a fermare l’aggressore fino all’arrivo della polizia avvertita dal dirigente del cimitero.

Fin qui la cronaca in attesa di conoscere le generalità del dipendente comunale fermato per il tentato accoltellamento.

Spiace, ci lascia sgomenti, ci ottunde e offende il fatto di dovere trattare, giornalmente e con sempre più numerosi casi, della violenza che anche a Catania pare avere decisamente il sopravvento su tutto.

A due giorni dallo spavento patito dal sindaco Enzo Bianco, vittima di una aggressione mentre passeggiava in una via cittadina ecco che, altra, ancora più grave cronaca, viene alla ribalta.

Ma è immediata la condanna del fatto di cronaca. Proprio il primo cittadino ha dichiarato: “Siamo sdegnati per questo episodio e chiediamo scusa ai cittadini aggrediti. Dal Comune di Catania stiamo provvedendo all’immediato licenziamento del dipendente reo dell’aggressione e ci costituiremo parte civile nel processo. Condanniamo fermamente l’episodio – ha concluso Bianco nella sua nota – e chiunque non rispetti il nostro sistema di valori. I cittadini si rivolgono al comune per avere dei servizi ed è inimmaginabile che possano essere insultati e, addirittura come in questo caso, aggrediti con un coltello finendo col rischiare la propria vita”.

Cimitero luogo di preghiera e pace? Ma no. Le cose non stanno proprio così. E questo senza rischiare di facili, e sbagliati, assolutismi. Senza fare di tutta l’erba un fascio tra impiegati del Comune di Catania o commercianti al dettaglio che, grazie proprio ai “Tri Canceddi”, campano la famiglia vendendo fiori o offrendo, certamente sotto ogni tipo di controllo del territorio (dalla Polizia Municipale, all’Assessorato al Commercio, fino ai controlli della Guardia di Finanza), servizi legati al viaggio verso l’ultima dimora.

Ma in Italia, per certa Italia, con taluni “italiani” tutto è business. Si fanno “i soldi” attraverso i servizi funerari, lecitamente ovviamente visto che si tratta di un servizio da sempre ricercato. Non esistono più i becchini ma vere e proprie aziende spesso attente anche verso esigenze che non si sa neppure di avere. Ma si paga anche per morire e, talvolta, si rischia la vita anche solo per difendere il decoro di chi non c’è più e la decenza e il rispetto che dovrebbero essere garantite a chiunque in vita, sicuramente e almeno durante “l’ultimo viaggio”.

 Marco Spampinato

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