Catania violenta, estorsioni: manca la cultura della denuncia

CATANIA – Al centro Le Ciminiere è stato presentato lo studio ”Il fenomeno estorsivo in provincia di Catania”, col patrocinio della ex Provincia regionale, realizzato  dall’Università degli Studi. Moderatore Daniele Lo Porto (segretario provinciale Assostampa, il sindacato unitario dei giornalisti) che ha aperto gli interventi introdotti dal prefetto Giuseppe Romano, commissario straordinario dell’Ente, cui ha fatto seguito il sindaco Enzo Bianco, il quale ha ricordato gli anni difficili contro il racket delle estorsioni, nel periodo immediatamente successivo all’omicidio di Libero Grassi, catanese trapiantato a Palermo, che pagò con la vita la sua denuncia e l’enfasi nel  rifiuto. L’associazione a lui dedicata,  ha favorito la nascita di  movimenti associativi per supportare il singolo imprenditore nella sua lotta contro tale piaga. Il sindaco, nel ringraziare tutte le associazioni in proposito, ha rivolto il suo plauso alla magistratura, accanto all’arma dei Carabinieri, la Polizia di stato e la Guardia di finanza (delle quali erano presenti i comandanti provinciali) per le inchieste svolte. Il prorettore  Alessandra Gentile ha rimarcato l’impegno dell’Ateneo catanese, rappresentato dal rettore Giacomo Pignataro, ad affiancare le istituzioni nella lotta alla criminalità, puntando sull’acquisizione del valore delle norme e quindi del loro rispetto. Sono seguiti poi gli interventi dei tre docenti del Dipartimento di Scienze Politiche e sociali, Maurizio Avola,  Davide Arcidiacono e  Rita Palidda, autori del documento di ricerca. Avola, ha evidenziato la natura complicata di un fenomeno sommerso da casi non facilmente rilevabili, basandosi sui dati della Direzione investigativa antimafia  che ha intervistato oltre trenta testimoni, fra imprenditori vittime delle estorsioni, magistrati e rappresentanti delle forze di polizia e facendo ricorso alle fonti giudiziarie con sentenze e ordinanze sul fenomeno estorsivo nel distretto catanese. Quest’ultimo presenta una duplice natura: strutturale, per imprese radicate in un determinato territorio, e congiunturale per imprese impegnate in progetti di investimento anche su altre zone. Dalle varie forme di estorsione, quali il contributo in denaro una tantum, la guardianìa,  o la cessione dell’attività, alla connessione tra estorsione e usura nella fattispecie mafiosa e non mafiosa, Avola ha sottolineato la prassi consolidata “pagare poco ma pagare tutti”. Arcidiacono ha messo in evidenza la diffusione del fenomeno in provincia di Catania con 5711 casi tra il 2007 e il 2013 e 548 denunce nella provincia con una iniziale diminuzione tra il 2007 e il 2009 e una ripresa tra il 2009 e il 2013, il che pone la città etnea all’apice della piaga col maggior numero di estorsioni in Sicilia. Lo stretto rapporto tra usurato e usuraio rende difficile l’emersione del fenomeno perché lo stesso usurato considera l’usuraio il proprio benefattore più che un criminale. Dato significativamente negativo: commercianti ed esercenti, più del 50% si è rifiutato di partecipare al questionario per la refrattarietà a fare emergere il reato estorsivo. La professoressa Rita Palidda ha analizzato le cause e le conseguenze del fenomeno estorsivo a partire dalla capacità di organizzazione dei clan mafiosi e delle risorse economiche su cui possono contare, rilevando l’azione repressiva protesa a minare questi due aspetti. La studiosa ha posto in rilievo sia l’aspetto del capitale sociale della mafia, vale a dire la capacità dell’organizzazione mafiosa a tessere reticoli di relazioni sociali con appartenenti a più ambienti diversificati, sia la persistenza di una cultura che legittima la presenza mafiosa inducendo all’acquiescenza e alla collusione. La denuncia è spesso considerata un’infamia o poco conveniente per la pericolosità delle ritorsioni mafiose. La Palidda ha anche posto in rilievo  l’importanza dell’associazionismo quale strumento per contrastare la mafia, con l’opera di accompagnamento, nonché  di sostegno psicologico, legale ed economico alle vittime, e  quale strumento fondamentale, insieme al sistema giudiziario, per fronteggiare l’asimmetria di potere tra l’imprenditore e le organizzazioni mafiose. E’ fondamentale il Fondo di Solidarietà, che risale ai primi anni ’90, come incentivo alle vittime dell’estorsione o di usura, o incentivo a denunciare. L’on. Nello Musumeci, presidente della Commissione regionale antimafia  ha ricordato le due leggi, la n. 20 del ’99 e la n. 15 del 2008, con cui intervengono la Regione e lo Stato a favore di un imprenditore che ha subìto un forte danno. Un certo segnale di ripresa si riscontra negli interventi di carattere fiscale messi in atto dai Comuni di Mascalucia e Acireale, per incoraggiare gli imprenditori che denunciano la richiesta di pizzo, dispensandoli dal pagare le tasse. Il presidente ha rilevato l’urgenza di una mobilitazione sociale e di una capillare campagna di sensibilizzazione offerta anche dalle scuole( delle quali era presente una buona fetta di studenti e docenti) per sradicare la competizione tra stato e mafia( non da meno suffragata dal presidente Luciano Violante), affinchè la lotta alla piaga crei un autentico consenso sociale. Il Procuratore aggiunto Carmelo Zuccaro ha puntato l’attenzione sul policentrismo, quale causa principale dell’alta incidenza del fenomeno estorsivo a Catania, sottolineando che la Procura distrettuale catanese è la terza in Italia per il contributo fondamentale delle forze di polizia. Tale policentrismo  non coincide con l’arresto di Nitto Santapaola nel maggio 1993, ma era già presente col predecessore Giuseppe Calderone che dominava negli anni ’60 l’organizzazione di Cosa Nostra. Zuccaro ha evidenziato che la segnalazione della persona offesa va affiancata con l’ascolto e servizi di pedinamento e di osservazione, passando poi alla disamina della confisca dei beni mafiosi che devono evitare il fallimento dell’impresa sequestrata. Ha concluso la seconda tornata di interventi Antonio Salvago, dirigente della Squadra mobile, nel richiamo che il problema delle estorsioni  si combatte agendo in rete con l’approccio integrato delle forze istituzionali, in quanto problema della società civile. L’ultima parte del convegno ha dato spazio a diversi rappresentanti di associazioni antiracket.

Anna Rita Fontana

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