di Alessandro Famà

CATANIA – Doppio intervento dei Carabinieri e della Guardia di Finanza che hanno operato un sequestro di beni nei confronti di due appartenenti a clan mafiosi catanesi.

Francesco Pesce 62 anniI militari del ROS e del Comando Provinciale di Catania hanno dato esecuzione ad un provvedimento di confisca emesso, su richiesta della Procura Distrettuale della Repubblica, dal Tribunale di Catania – Sezione Misure di Prevenzione nei confronti del 62enne Francesco Pesce, arrestato già il 3 novembre del 2010 nell’ambito dell’indagine “Iblis” e condannato in primo grado nel maggio scorso a 12 anni perché ritenuto responsabile di concorso con le famiglie catanesi di Cosa Nostra Santapaola – Ercolano.

Il provvedimento è sorretto dagli esiti delle attività investigative che hanno fatto emergere come l’imprenditore mettesse a disposizione del sodalizio mafioso le sue mansioni, in stretta connessione con l’allora rappresentante provinciale Vincenzo Aiello ed altri affiliati mafiosi di rango, partecipando alla distribuzione di lavori controllati direttamente o indirettamente dall’organizzazione criminale. Ad essa versava anche delle somme di denaro permettendo ad imprese mafiose di partecipare alle attività economiche intraprese così, da un lato poneva e manteneva le sue imprese nel mercato violando le regole della libera concorrenza e dall’altro apportava un concreto contributo ai fini della conservazione, del rafforzamento e della realizzazione anche parziale dei programmi criminosi.

Già nel 2005, grazie alle intercettazioni dei colloqui carcerari effettuati tra Aiello ed i suoi familiari, era stata documentata l’esistenza di co-interessi economici, legati ad attività mafiose, tra Pesce e lo stesso Aiello. In quel contesto si accertava anche che era proprio Pesce ad avere l’onere di versare lo “stipendio” alla famiglia del detenuto. In un altro colloquio è emersa l’esistenza di rilevanti interessi economici che Eugenio Galea (già rappresentante provinciale di Cosa Nostra) ed Aiello avevano con Pesce e Carmelo La Mastra relativamente alla quota di un affitto annuale, pari a circa 600 milioni delle vecchie lire, relativo ad un terreno di Motta S. Anastasia. Vicenda di cui si erano interessati gli esponenti più importanti dell’organizzazione tra cui lo stesso Benedetto Santapaola ed il figlio Vincenzo. Inoltre Pesce era utilizzato da Aiello per fissare degli appuntamenti con imprenditori e, comunque, per discutere di fatti attinenti all’organizzazione mafiosa. Lo stesso, infatti, ha svolto un importante ruolo di intermediazione con il responsabile della logistica di un’azienda attiva nella grande distribuzione, in una vicenda che interessava non solo Catania ma anche la Cosa Nostra di Palermo all’epoca rappresentata dall’allora latitante Salvatore Lo Piccolo, da cui si era recato Vincenzo Aiello nel giugno 2007 anche per discutere della vicenda che vedeva coinvolto Pesce.

Grazie al servizio di video sorveglianza svolto negli uffici della società Primefrut, riconducibile ai fratelli Aiello, si accertava che Francesco Pesce si incontrava spesso e in modo riservato con Vincenzo Aiello. In particolare il 18 e il 24 maggio 2007 si notavano i due intenti a comunicare, in maniera riservata e l’uno all’orecchio dell’altro per timore di essere intercettati, nella zona adiacente all’ingresso laterale della ditta. In alcune intercettazioni ambientali è emerso che Aiello era consapevole di poter contare sul socio, che si stava realmente interessando della cosa, per insinuarsi anche in alcuni lavori che dovevano essere avviati per la realizzazione di una struttura alberghiera con campi da golf e di un imponente parco tematico progettato per il territorio di Regalbuto.

Il valore dei beni oggetto di confisca, che comprendono 2 imprese, 2 quote societarie e 26 immobili, è stato quantificato in circa 10 milioni di euro.

I finanzieri del Comando Provinciale di Catania, in esecuzione di un provvedimento emesso dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale, hanno confiscato il patrimonio di circa 600 mila euro accumulato illecitamente dal 35enne Salvatore Laudani appartenente al clan mafioso dei “Pillera – Puntina”. Il soggetto era stato già arrestato dalle Fiamme Gialle nel giugno 2012, nell’ambito dell’operazione “Pret a Porter”, in quanto finanziatore dell’acquisto in Olanda di quasi 15 chili di marijuana del tipo “orange skunk”. Le indagini avevano dimostrato il ruolo dell’uomo, quale referente del gruppo criminale per il traffico di stupefacenti, determinando una condanna in primo grado a 5 anni di reclusione.

Partendo dai dati raccolti i militari del Nucleo di Polizia Tributaria di Catania, coordinati dalla D.D.A., hanno avviato un’indagine mirata nei confronti del soggetto e del suo nucleo familiare per verificare la coerenza del tenore di vita e del patrimonio. Le investigazioni, condotte anche attraverso l’utilizzo di sofisticati software, hanno fatto emergere l’illecito arricchimento della famiglia. Infatti è stato accertato che l’ultima dichiarazione dei redditi di Salvatore Laudani, presentata nel 2008, aveva un reddito di appena 10 euro mentre invece, fino al suo arresto, è stato in grado di provvedere al regolare versamento di rate mensili dell’importo di 2000 euro per un mutuo acceso per l’acquisto di due immobili.

Pertanto è stata proposta all’Autorità giudiziaria la confisca dei beni individuati (2 immobili a Catania e quote di due società, una operante nel settore edile con sede a Catania e l’altra nel commercio di articoli di cartoleria con sede ad Acireale) per un valore di circa 600.000 euro. Contestualmente i giudici hanno disposto per lui la misura di prevenzione personale della sorveglianza speciale per la durata di 2 anni e 6 mesi.

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