Storia di indicibile miseria nel quartiere di San Cristoforo

Baracche in mattoni e legno, tetti di tegole, cartone ed eternit. Il suolo è sterrato ed è un tappeto di rifiuti su cui i gatti si beano e saltellano. I panni stesi e le bacinelle bagnate sotto i rubinetti ci indicano che ci abita qualcuno. Su questo non c’è dubbio, ma eravamo certi che ci vivessero dei rom. E invece no, sono italiani, anzi catanesissimi.

3 S.Cristoforo (FILEminimizer)

Ci ritroviamo nel cuore di Catania, nell’antico quartiere di San Cristoforo, davanti a una baraccopoli che sorge in un cortile scosceso.

Nina si affaccia dall’uscio della sua fatiscente casa, ci chiede cosa cerchiamo. Parliamo con lei del più e del meno, cercando di vincere la sua diffidenza e di conquistare un po’ della sua fiducia. Nina, 77 anni, ci racconta che è nata e vissuta lì, dove ha avuto due figli, oggi ormai grandi: “I miei figli sono muratori e mi dicono sempre che hanno mal di schiena. Ma non c’è alternativa se vogliono guadagnare onestamente”, ce lo confida pensierosa in un italiano sicilianizzato.

Interviene il marito di Nina, Tano, uscendo dall’angusto tugurio. È sospettoso e vuole difendere la moglie e il territorio, ci chiede “chi siamo”, si tranquillizza e ogni tanto s’inserisce nel discorso.

Chiediamo a Nina se vorrebbe andare a vivere in un posto migliore.

La risposta è negativa, non ci trova nulla di strano nel luogo in cui abita. Ci sollecita solo di interessare qualcuno, perché la lampadina del lampione della strada s’è fulminata. È solo questo il suo problema. Lei è nata e cresciuta lì, non immagina e non ha mai immaginato un posto diverso.

2 S. Cristoforo (FILEminimizer)

Di rimpetto c’è Lucia, 75 anni, la sorella di Nina. La sua casa è una camera da letto di un paio di metri quadri, dove all’interno c’è uno stipetto e un letto (che sembra quello di una bambola, povera però), grande quanto tutta la stanza. Si alza dalla sedia, dove aspetta che passi il tempo lavorando all’uncinetto, e spazza per qualche metro dinanzi alla casa-stanza. Come se tutto il resto, zeppo di immondizia di buste di piatti, di bottiglie di plastica, di giornali di carta, di cespugli selvatici, di deiezioni animali, non esistesse o non le appartenesse. È rimasta vedova e rimpiange suo marito.

Più in là c’è Anna, 74 anni, che ci guarda silente, il suo sguardo è più esplicito di qualsiasi parola.

Salutiamo i nostri amici che ci raccomandano di segnalare la lampadina fulminata. Li rassicuriamo. Già è solo la lampadina che non va in questo posto, meditiamo. Punti vista, il mondo è fatto di punti di vista, la soggettività ormai ha prevalso sull’oggettività, meglio per loro.

Lasciamo il sottosuolo catanese turbati e perplessi, abbiamo perso la cognizione di tempo e di luogo. Fuori sfrecciano i motorini guidati da giovani rigorosamente senza casco, poco distante c’è un cassonetto dell’immondizia: una giovane rom, con un passeggino e due bambini in tenera età, ci si sporge dentro e rovista.

Siamo nell’Europa del 2015, ci chiediamo.

N.d.r.

I nomi citati nell’articolo sono di fantasia, a tutela delle persone interessate. Anche i volti e l’ubicazione esatta della baraccopoli sono stati appositamente pretermessi.

Vincenzo Adalberto 

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