In qualunque modo si vogliano incrociare e interpretare i dati della salute delle economie degli stati del pianeta, è inutile cercare l’Italia tra i primi della lista. Sta ferma lì. Agli ultimi posti.

E’ di questi giorni la pubblicazione dell’ennesimo rapporto. Quello dell’International Comparison Program della Banca mondiale, che compara la crescita delle economie nazionali nell’arco di tempo 2005-2011 e ci inchioda ad un persistente 13%. Inutile dire dove stanno Cina e India. Francia e Germania hanno fatto meglio di noi (ma di poco), il Regno Unito peggio, nel senso che rispetto alla sua posizione iniziale ha subito un decremento del PIL di circa un punto percentuale.

Semplificando molto, ma al netto delle elucubrazioni autogiustificanti e autoassolutorie, è fuor di dubbio che il mondo è ‘già’ cambiato, ma non per noi. Quando non peggiorative, le cifre ci legano al palo di un’immobilità preoccupante. Che all’interno del nostro paese, nonostante gli sforzi sacrosanti di qualcuno che con la forza di un ottimismo disperante, sta tentando di controbilanciare, si traduce perlopiù in malesseri che prendono la forma montante di posizioni ‘anti-’.

Eppure l’Italia, nascosti i numeri, dà l’impressione di muoversi, di fare. Ma questo essere fermi sulle cifre restituisce la metafora del blocco, della pietrificazione progettuale. Se si vuole, anche delle idee.

E’ percezione diffusa di aver iniziato a intaccare il capitale, dopo aver dilapidato per decenni gli interessi accumulati. Non mi riferisco, ovviamente, al capitale economico (ci sarebbe di che dire!), ma a quello umano e culturale. Mi rappresento l’azione come un progressivo prelievo di linfa vitale ai bancomat della nostra cultura e della nostra identità storica. Con la differenza che questi ultimi da tempo non sono più sufficientemente alimentati per garantirne il ripianamento. Che invece è sostituito da succedanei culturali poco nobili per ricadere nel novero delle azioni culturali vere e proprie.

Mi viene, tuttavia, il sospetto che, paradossalmente, in tutto ciò si celi una sana forma non cosciente di resistenza al sistema aggressivo della concorrenza esercitato dalla cosiddetta ‘globalizzazione’. Anche culturale. Perché siamo ancora un paese culturalmente ‘scaltro’ e per certi versi anche solido.

Perciò, l’Italia che si ferma è sì l’immagine di un paese economicamente incidentato, ma simbolicamente è anche l’Italia che resiste all’ingresso trionfale dei diktat sovranazionali, alimentati da cordate editoriali e mass-mediali che puntano allo snaturamento delle culture nazionali, al fine di dilatare i confini della glocalizzazione, per meglio orientarli all’interno di processi sempre più globalizzati.

Al pari delle partite calcistiche di una certa nazionale, l’impressione è di difendere un vantaggio culturale accumulato in passato facendo ‘catenaccio’. Difficile pronosticare se arriveremo a fine partita. Che, dal punto di vista dei tempi della storia, non ha il novantesimo. Ma ha tempi di recupero che, se ben gestiti, possono arrecarci vantaggi inaspettati. Del resto, soltanto le propagande ideologiche e assai miopi stentano ad accorgersi e ad ammettere che il blocco europeo ha iniziato da qualche decennio una partita difficile con/contro il resto del mondo. Una partita che non riguarda le ossature dei sistemi culturali europei, come l’etica, il tempo libero, l’istituzione familiare, etc. Ma ben altro.

Non dobbiamo aspettarci una asiatizzazione delle culture tradizionali occidentali, ma – come per certi versi già accade in maniera più o meno carsica – un ingresso di capitali economici a sostegno e a presidio delle sorgenti che finanziano la cultura di un paese. Se tale azione, presto o tardi, inizierà a intaccare (se non sta già accadendo, sono ottimista) anche la sfera della produzione culturale e delle sorgenti che la alimentano, presto o tardi quella italiana potrebbe assumere le forme di una cultura semplicemente musealizzata.

A proposito dell'autore

Docente di Storia della filosofia contemporanea, Università di Catania

Salvatore Vasta insegna Storia della filosofia contemporanea nell’Università di Catania. All’interno del Dipartimento di Scienze della formazione, al quale afferisce, svolge attività di ricerca sul rapporto tra scienza e filosofia e, in particolare, su epistemologia evolutiva e darwinismo.

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