di Salvo Reitano

CATANIA – Sarà un coordinamento “allargato”, con una cabina di regia politica e organizzativa, a tentare di far ripartire il centrodestra uscito malconcio dalle ultime tornate elettorali.

E’ quanto emerso dall’iniziativa che si è tenuta a Catania e che ha visto la presenza di tutte le “anime”del centrodestra: da Forza Italia al Nuovo Centro Destra, da La Destra a Fratelli d’Italia-AN, dalla Lega Nord al Partito dei Siciliani e al PID, chiamati a raccolta dai promotori, Nello Musumeci e Raffaele Stancanelli.

L’iniziativa, dal titolo: “Il Centrodestra in Sicilia, ragionare per ripartire. Idee a confronto per ridare speranza ai siciliani” è stata l’occasione e per fare il punto sullo stato di salute, ragionare sulla ricercata unità, individuare le prospettive e gli obiettivi per porre in essere un percorso comune e condiviso.

Tralasciamo i nomi degli intervenuti e i contenuti dei loro interventi, le provocazioni delle nuove generazioni che hanno chiesto ai loro “padri” politici una ripartenza dagli errori del passato e le risposte dei leader che hanno fatto “mea culpa”, realisticamente, ma con la voglia, mai sopita, di rimettere in moto una macchina che si è inceppata, in vista delle nuove sfide elettorali.

Questo compito lo lasciamo ai colleghi della cronaca, che si sono premurati a riferire in maniera dettagliata.

Noi tentiamo di fare un ragionamento partendo da un dato di fatto: la confusione che regna sovrana. Se Musumeci ha in mente di riorganizzare il centrodestra siciliano e all’appuntamento si presentano gli esponenti di Forza Italia che contemporaneamente stanno organizzando il sostegno, a Sala d’Ercole, al Governo di centrosinistra, qualcosa non va. Per non parlare dei dirigenti del Nuovo centrodestra di Alfano, che in Sicilia hanno già un accordo con il PD di Cardinale. Sul resto dell’allegra brigata sorvoliamo.

Nella nostra lunga vita di osservatori, non ricordiamo un seminario, un incontro, un dibattito la cui esposizione abbia dato luogo a contestazioni sul contenuto. Anzi, c’è di più, non ne ricordiamo una che differisse sostanzialmente da quella precedente.

Cose già sentite: chi non vuole il rilancio dell’economia, l’alleggerimento della pressione fiscale ormai insopportabile, e nel contempo la riduzione del debito pubblico; chi non vuole l’ordine, la sicurezza, l’efficienza, la lotta alla mafia e un diverso approccio con le decine di migliaia di profughi che sbarcano sulle nostre coste; chi non vuole la lotta ad ogni tipo di criminalità e alla disoccupazione e il solidarismo verso le categorie più deboli e bisognose. L’elenco si può allungare a dismisura.

Se non ricordo male una volta Craxi – grande predone ma non senza, nella su tracotanza, qualche lampo di genio come lo definì  Montanelli  – dopo aver distribuito agli onorevoli la bozza del suo programma, si limitò a liquidare dalla tribuna il contenuto in poche frasi come a dire: “Be’, il resto lo sapete: il solito blablabla”.

Ecco al seminario dell’altra sera abbiamo avuto la sensazione di assistere al solito blablabla. Di argomenti di destra c’era poco o punto, del centro non parliamo perché è un linguaggio che si perpetua da lustri. Ci riesce difficile immaginare aree politiche storicamente agli antipodi tentare di trovare una casa comune che quando vinceva lo faceva solo grazie a Berlusconi.

Quello che abbiamo sentito dai giovani e dai loro leader ci sembra una minestra riscaldata del berlusconismo. Spacciare per destra una destra che non c’è è un’offesa alla lingua italiana che ormai consente ogni tipo di perversione.

Il centro, grazie all’uomo di Arcore, in questi vent’anni, si è appropriato “abusivamente” anche della destra che non ha fatto nulla per rimanere tale. Si è assistito e si continua ad assistere alla contraffazione del marchio.

Vorremmo ricordare ai leader che si sono susseguiti sul palco che nulla è più incompatibile con l’Italia di destra, tutta fatti, sobrietà e rigore, di quella candeggiata, sdoganata, cotonata e tutta coriandoli e nastrini che il Cavaliere ci lascia in eredità, lontana anni luce dal linguaggio e dallo stile della destra.

Oggi, inutile nasconderci, il centrodestra non presenta che sintomi di Alzheimer. Quando non tace balbetta, quando balbetta lo fa per contraddirsi viste le tante anime che gli coabitano.

Non servono coordinamenti e inutili cabine di regia, per rimettersi in marcia, ma  un programma serio, condiviso e sottoscritto da chi ci si riconosce senza sotterfugi e saltafossi.

Forse qualcuno ci accuserà di dare troppa importanza a forme e contenuti. Ma qui e da nessun’altra parte sta l’origine degli errori della destra italiana. Errori che vengono da molto lontano.

Raccontano gli storici che quando Mussolini alla vigilia della marcia su Roma ne diede l’annuncio a Napoli, c’era in un palco del San Carlo, Benedetto Croce. De Ruggiero o qualcuno che gli sedeva accanto, sussurrò al filosofo:”Ma non vi sembra un forsennato ciarlatano?” “I politici devono fare i forsennati e i ciarlatani”, rispose battendo le mani don Benedetto.

Non fu il solo a cadere nell’inganno della finta finzione e la storia dovrebbe averci vaccinato contro questo errore, in cui non sarebbe caduto un Cavour, né mai cadde Giolitti.

Ed invece sembra ripetersi con sconsolante monotonia.

L’esito del voto europeo lascia sul tappeto, irrisolta, l’anomalia italiana dell’assenza di una destra credibile e rappresentativa di una larga parte dell’elettorato.

Negli anni Settanta, dopo aver vissuto, in esilio volontario per diverse decine di anni negli Stati Uniti, Giuseppe Prezzolini coniò la formula la «destra che non c’è» per indicare, allora, quello che gli appariva un limite della politica italiana. Si trattava di un contesto storico assolutamente diverso segnato dalla Guerra fredda, eppure, lo scrittore, che negli Usa aveva approfondito i tratti del conservatorismo americano già intravedeva questa carenza.

L’assenza di un’offerta politica, in termini di proposta e di programmi,  ha spinto molti elettori provenienti da questa area culturale a rivolgersi altrove, vedi Grillo, per questo «Il centrodestra che non c’è» ci sembra oggi l’estrema sintesi prezzoliniana del voto europeo che lascia  sul tappeto solo macerie.

Una serie di ambiguità irrisolte, una decadenza lenta e stanca della struttura dirigente formatasi negli anni novanta, l’incapacità di elaborare una nuova prospettiva culturale tenendo conto delle radici storiche della destra.

C’è un  aspetto decisivo che attiene alla natura del centrodestra, in questi ultimi venti anni: spesso, i suoi esponenti più rappresentativi hanno rinunciato ad affermare la propria identità culturale spostandosi sempre più su posizioni che se non sono agli opposti poco ci manca e  anziché perseguire la dura strada della costruzione di un progetto alternativo trovano comodo supportare, o forse bisognerebbe dire approfittare, del quadro di maggioranza del momento.

Il discorso non riguarda solo una  parte, ci mancherebbe, ci dovrebbe essere un interesse generale. In politica come in economia la qualità e la libertà dipendono dalla possibilità dell’alternanza e dalla molteplicità dell’offerta programmatica e culturale.

Uscendo da seminario di Catania ci siamo chiesti: chi potrà mai rialzare le bandiere di quella che è stata definita la Rivoluzione conservatrice italiana, di un filo nobile che muove dalla destra storica di Spaventa, Sella, Jacini, che si innova con le avanguardie di Prezzolini, Papini e Soffici, che incrocia la visione economica di Pareto, l’idealismo di Benedetto Croce e Giovanni Gentile.
Cosa voglia questa Destra chiacchierona e apocrifa che ha deciso di stare anche al centro non lo abbiamo ancora capito. In coro parlano di Lavoro, Famiglia, Giustizia, Efficienza, Lotta alla mafia: tutto in maiuscolo, come se qualcuno volesse il contrario.
Del resto è l’estate delle chiacchiere. Forse lo sono tutte le estati ma di una garrula come questa non ne avevamo ricordo. Parlano tutti, di tutto. Ma una domanda sorge spontanea: per chi suona la campana?

Salvo Reitano

 

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