C’era una volta la destra. Quella vera, di Almirante, che poi diventa “destra nazionale”. Di essa si poteva dire tutto il male possibile: di essere l’erede di un periodo buio e disgraziato, di riprendere gli ideali del “boia chi molla”, di avere come segretario un repubblichino che minacciava la pena di morte per gli italiani che non si schierassero con i nazisti, di esser bigotta, moralista, persino bacchettona, arretrata culturalmente e socialmente; di essere – nelle sua frange giovanili – la mano armata dei gruppi reazionari, sprangando i giovani della sinistra e ricevendo da essi altrettante sprangate.

Tutto di essa si poteva dire, tranne che fosse a favore dei delinquenti, della mafia, dei corrotti, del malaffare e della disgregazione del tessuto nazionale e familiare: aveva un indubbio, come si diceva allora, “senso dello stato”: difesa delle istituzioni, della dignità della nazione e della sua unità nazionale, sino a fare una furiosa (e profetica, col senno del poi) battaglia contro l’istituzione delle regioni. Era la destra che voleva sbattere in galera tutti, al minimo sospetto, senza aspettare i gradi del giudizio; la destra che inneggiava a film come “La polizia incrimina, la legge assolve” (del 1973) e che vedeva nei giudici i complici dei delinquenti, per il loro eccessivo garantismo, per la loro mollezza, per il prono fiancheggiamento della politica.

Con questa destra si poteva dissentire su tutto, ma certo non la si poteva accusare di voler esser morbida col malaffare; anzi la si riteneva “manettara”, auspice del “tutti in galera!”. Non la si poteva criticare per non voler difendere la dignità della nazione; anzi si ironizzava sul suo uso eccessivo del nome di “Patria”. Non la si poteva rimproverare di non difendere la reputazione dell’Italia sul piano internazionale; anzi la si accusava di eccessivo nazionalismo. Era tutto ciò il residuo di un periodo storico sì fosco, ma in cui – nella sciagura complessiva da esso rappresentata – non fu assente il tentativo (almeno da parte di alcune sue frange più sensibili – tra questi innanzi tutto il filosofo Giovanni Gentile) di edificare nella coscienza comune il senso della nazione, dell’appartenenza a un destino unitario che ha radici nel passato, dall’antica Roma al più recente Risorgimento, di far parte di una comune narrativa per cui o ci si salva tutti insieme o tutti insieme abbiamo per destino e meritiamo la rovina.

Se guardiamo l’odierna destra scorgiamo quanta strada sia stata fatta, e non tanto in direzione di una maggiore democrazia e cultura, ma nell’accettazione di un liberismo economico mai appieno digerito dalla vecchia destra (se non quella liberale di Malagodi), e nella rassegnazione a uno stato spappolato, privo di dignità, succube alle politiche economiche altrove decise. Questa destra si caratterizza per aver ormai abbandonato il “giustizialismo” passato (ora, ironia della sorta, difeso dalla sinistra, non si sa per quanto tempo ancora) e con esso il senso dello stato; per il difendere una legislazione garantista che sembra avere più a cuore il destino dei malviventi che quello del “galantuomini”; per il mettere sotto accusa più le forze dell’ordine che i criminali da esse catturati, specie se questi non appartengono alla manovalanza, ma fanno parte dei “colletti bianchi” e del ceto politico; per l’atteggiamento punitivo verso la magistratura accusata non per essere troppo permissiva, ma per l’eccessivo “tintinnar di manette”, perché non vorrebbe privarsi dello strumento delle intercettazioni, che invece essa vorrebbe limitare al massimo. Una destra che sembra voler approntare tutte le misure legislative per depenalizzare, ammorbidire, rendere più difficile la condanna, più facile la decorrenza dei termini, come ad es. per non reintrodurre il falso in bilancio, esistente in ogni paese civile.

Una destra che sembra finalmente trovare ascolto da certa sinistra, che garantista lo è sempre stata, ma non a favore dei delinquenti. Un convergere che sancisce non tanto la fine della “guerra civile” tra comunisti e fascisti, a seguito del crollo del muro di Berlino, ma l’inizio di qualcosa d’altro, la cui fisionomia non è del tutto perspicua e il cui futuro si perde tra le nebbie.

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