Insegno in quella che era una volta l’università. Compilo moduli e schede, partecipo a continue riunioni, imparo sigle astruse (ANVUR, TFA, VQR, PRIN, etc. etc.), discetto di governance e di territorialità, apro note istruttorie per acquistare una matita, mi destreggio col pallottoliere dei crediti formativi, quantifico e segmento nozioni e saperi da inoculare in anonime cavie, converto il mio operato in algoritmi valutabili da commissioni oberate e distratte, assisto sgomento allo svuotamento del pensiero critico in favore di prodotti smerciabili sul mercato, invecchio con i coetanei d’una classe docente che non è mai stata rinvigorita (o meglio sostituita) dal reclutamento di giovani leve.

No, non è questa l’università in cui avevo scelto di spendere passione e competenze, e nella quale ero cresciuto grazie a un assiduo confronto intellettuale con maestri e colleghi. A nessuno importano i contenuti della mia ricerca (contano invece, e come, il numero delle pagine e lo status delle riviste o degli editori che ne ospitano gli esiti); a nessuno importano la passione e le modalità (sperimentali, interattive) della mia didattica (già: e gli studenti? e le loro predilezioni, le loro attese, i loro linguaggi: chi se ne occupa?).

Un aneddoto: il più recente.

Invio il programma per il prossimo anno accademico. Mi torna indietro, non va bene e va riscritto perché:
1) di ogni testo va indicato il numero di pagine, che com’è noto va commisurato alle ore di studio spendibili dallo studente, ritenuto (dico dello studente) limitato e perciò scoraggiato da eventuali approfondimenti (ditemi poi se dieci pagine di Divina Commedia richiedono gli stessi tempi di altrettante pagine d’un saggio o d’un romanzo);
2) il programma dev’essere anche tradotto in inglese, il che significa che non solo devo tradurre quelle inutili e retoriche dichiarazioni d’intenti che ho già tradotto e che tanto nessuno leggerà, ma che vanno tradotte pure le indicazioni dei testi da leggere (Orlando the furious? Jerusalem delivered? Little moral works?) con le relative prescrizioni.

Questo di tanta speme oggi ci resta?

A proposito dell'autore

Docente di italiano nell'Università di Catania

Antonio Di Grado è professore ordinario di letteratura italiana nella facoltà di lettere dell’università di Catania e direttore letterario della fondazione “Leonardo Sciascia” di Racalmuto. Ha dedicato le sue ricerche e le sue pubblicazioni al Quattrocento di Alberti e al Cinquecento di Gelli, al Seicento di Bartoli e al Settecento di Tempio, ma si è prevalentemente occupato dell’Ottocento della narrativa verista e del Novecento delle riviste e delle avanguardie, della narrativa tra le due guerre e infine di scrittori come Brancati, Vittorini, Sciascia e numerosi altri. Da Leonardo Sciascia è stato nominato direttore scientifico della Fondazione intitolata allo scrittore dopo la sua scomparsa; negli anni Novanta è stato assessore alla cultura del Comune di Catania e presidente del Teatro Stabile della stessa città. Ha pubblicato diversi volumi di storia e critica letteraria: tra gli ultimi ci sono Quale in lui stesso alfine l’eternità lo muta”. Per Sciascia, dieci anni dopo (Sciascia, 1999), La lotta con l’angelo. Gli scrittori e le fedi (Liguori, 2002) e infine Giuda l'oscuro. Letteratura e tradimento (Claudiana, 2007). Inoltre ha curato l’edizione di opere di Leon Battista Alberti, di De Roberto, di Rosso di San Secondo, di Piero Jahier, di Giorgio Spini e di Brancati.

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