Ho visto “Latin Lover” film di Cristina Comencini, figlia di Luigi. A metà circa mi frullava in mente il famoso insulto che D’Annunzio rivolse a Marinetti. Se non sei Bergman, Allen o Almodovar è meglio lasciar perdere. Scegli di far parlare i tuoi personaggi, tutte donne o quasi? D’accordo ma se la sceneggiatura non funziona e gli incroci pericolosi sono soltanto momenti di noia, il film diventa una pappetta piena di chiacchiere e lamentele. Col naturale scoglio dei personalismi. Valeria Bruni Tedeschi è brava e sa recitare. La povera Virna Lisi invece no. Si sintonizza sulle frequenze fiction e patisce l’insidia della vecchia gloria. Le altre si dividono tra super belle e rompipalle, secondo uno schema che semplifica la trama. La Comencini calca la mano per lanciare un messaggio che sembra non esserci.

In realtà il film è uno stratagemma per omaggiare il cinema italiano e la figura del divo all’italiana. Se era monotono “Nuovo cinema paradiso” figuriamoci questo. Un attore che attraversa tutte le stagioni del nostro cinema – l’ingiudicabile, per fortuna, Francesco Scianna – lascia cinque figlie femmine, partorite da cinque madri diverse e di nazionalità diversa (nel film ce ne sono solo due la Lisi e Marisa Paredes). Un giorno, si ritrovano tutte insieme perché il paese d’origine di papà ha deciso di dedicare una lapide allo scomparso.

Naturalmente x detesta y che detesta z che detesta w eccetera. Tipico film dai contorni un po’ situazionisti. Dove inizi in un modo e finisci in un altro. All’inizio lo spettatore gode perché non può non rispecchiarsi nelle vicende tragicomiche di quel gruppo sgangherato. All’interno delle famiglie, allargate o meno che siano, si consumano “reati” da “Giungla d’asfalto” sovente con la complicità degli offesi.

Se lo scopo del film è anche quello di riportare a galla verità nascoste il tentativo fallisce per tempistica e azione. O insisti ed eviti i cambi di registro oppure non ci provi nemmeno. Il cinema italiano era bello, i divi corteggiatissimi da tutto il mondo. Il grande freddo tra le sorelle Crispo, non accompagna la riflessione e aggiunge solo qualche lacrima. Un sincero grazie comunque alla Comencini, per averci ricordato che le famiglie si tengono in piedi sulle menzogne. Quelle che funzionano e quelle che non funzionano.

Altro? La storia omo tra il divo e la sua controfigura sembra uno scherzo, una fustella attaccata a una ricetta. Ed è mal raccontata. Solveig, la figlia svedese, è bella e – mi sia concesso – le sue nudità sono oasi in una distesa di sabbia ove si nascondono i serpenti. Quando non hai altro da dire, c’è la bellezza e puoi sbizzarrirti per qualche secondo. Alla fine spunta un’americana che si mette a suonare il piano col papà morto. “Tema” originale e forse ben riuscito: l’aver cercato e in parte trovato la corrispondenza tra nazionalità, personalità e “filone” cinematografico. Le musichette sono godibili e gli uomini preferiscono ancora le bionde. Anche quando sono truccate da brune (e viceversa).

A proposito dell'autore

Giornalista e saggista

Marco Iacona, giornalista e saggista. Siciliano non per colpa sua. Autore di sei volumi dal colonialismo italiano all’éra pop passando per il Sessantotto. Il settimo è in arrivo. Conosce Trento, Trieste, Bologna, Milano, Bergamo, Asti, Roma, Firenze, Pisa, Genova e Venezia. Non è mai stato ad Amalfi. Preferisce i fumetti a Nietzsche e Nietzsche a Hegel. Studia la destra ma preferisce Woody Allen. Ama l’opera lirica, la Callas e Pasolini. Ha vissuto quarant’anni in Sicilia e quattro in Piemonte. Nel 2010 ha riattraversato lo Stretto non per nostalgia.

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