Daniele Lo Porto

CATANIA – La presentazione di qualche sera fa a Catania, alle Ciminiere, con qualche svarione storico di Pif mi aveva stimolato una sorta di pregiudizio: pensavo a una rivisitazione dell’Operazione Husky (lo sbarco in Sicilia nel luglio 1943, l’inizio della “liberazione” dell’Italia) in chiave americanista: arrivano i nostri, tutti buoni e belli. Così non fu, in effetti. Le forze alleate (alleate tra loro, sia chiaro, non con noi: arrivarono sulle coste siciliane da invasori, non certo da amici) non risparmiarono vite spesso innocenti, di civili e di soldati arresi, e in più di un’occasione scambiarono povera gente a lutto (quindi vestita di nero) per fascisti accaniti, con esiti mortali. Pif ci gioca su questo, ne fa una scenetta da ridere sul lutto stretto di un paesano dopo “appena” cinque anni dalla morte del fratello. ma era così, veramente, e ben oltre il 1943. E ci fa sorridere con la competizione tra la statua della Madonna e quella di Mussolini, portate a braccio da una fervente anziana e da un fascistissimo verso il rifugio anti aereo. La donna morirà, alla fine, mentre il devoto di Mussolini si salverà per restare ammutolito davanti all’accoglienza calorosa riservata dalla popolazione agli americani invasori. Distrutta la statua sacra, quella laica del duce resterà appena a testa in giù ad un filo, premonizione di quello che sarebbe successo a Mussolini in piazzale Loreto. Pif alterna amore e poesia, tra l’italo americano che impersona costretto a ad andare in Sicilia a chiedere la mano della sua innamorata (da qui il titolo), la bravissima Miriam Leone, alla durezza della guerra, all’arroganza delle divise americane in sintonia con i cappelli e le coppole dei boss siciliani.

Dopo “La mafia uccide solo d’estate”, il regista palermitano sposta di cinquanta anni indietro le lancette della storia della criminalità organizzata. Lo fa con ironia e leggerezza, ma alla fine condanna senza riserva alcuna (ma Pietrangelo Buttafuoco cosa gli contesta?) agli americani, portatori di libertà e democrazia, di avere ridato vita alla mafia che era stata combattuta e se non battuta almeno fortemente indebolita durante il fascismo. I boss divennero sindaci, i criminali amministratori pubblici. Cancro alimentato settanta anni fa e adesso aggrovigliato agli organi del potere politico, economico, imprenditoriale non solo della Sicilia. Pedonabile la licenza storica dell’elicottero, ma non c’era altro modo per fare volare un asino, bravi gli attori caratteristi e ben inseriti i vari personaggi che sarebbe riduttivo considerare minori, bella e non solo Stella Egitto. Dispiace solo che ai nostri soldati viene riservata una fine umiliante. Non fu così, non in tutta la Sicilia almeno: molti furono eroi, involontari e anche inconsapevoli, e la passeggiata che avevano previsto i generali inglesi e statunitensi fu dura e dolorosa.


-- SCARICA IL PDF DI: Cinema: "In guerra per amore", tra poesia, morte e mafia --


Diffondi la notizia!Share on FacebookShare on Google+Share on LinkedInTweet about this on TwitterEmail this to someone

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata