Chiara D’Amore

CATANIA – Mentire per amore, per proteggere chi amiamo da una realtà troppo scomoda e dolorosa. “La bugia bianca”, opera prima del giovane regista catanese Giovanni Virgilio, denuncia gli orrori del conflitto scoppiato in Bosnia del 1992 e racconta la drammatica realtà di tutte quelle donne che furono vittime di abusi attraverso le vicende di una ragazza timida e riservata, Veronika.

Veronika vive avvolta da un’apparente normalità, l’università, le lezioni di violoncello, una casa con i muri chiari e una madre premurosa, ma non sa che tutto questo nasconde una menzogna e non è altro che una realtà ovattata costruita per difenderla da una drammatica realtà. La realtà della guerra, della sofferenza e della violenza sessuale usata dai serbi come micidiale e crudele arma per distruggere l’etnia musulmana. Ma la verità è un gigante dai piedi di argilla, non può che crollare, e Veronika scopre presto di essere figlia di uno stupro, di uno di questi abusi, riuscendo a smascherare la bugia senza paura alzando lo sguardo, prima basso e schivo, per guardare la verità in faccia.

 La protagonista è ora libera, libera di essere se stessa e di affrontare il dolore per superarlo. Una storia che commuove lo spettatore e lancia un messaggio chiaro che non è solo una condanna ma anche un invito deciso ad abbattere il muro del silenzio.  Giovedì 22 ottobre si è tenuta la prima nazionale al cinema Lo Po’ Multisala di Catania alla presenza del regista e del cast e ora “La bugia bianca” è nelle sale cinematografiche italiane.

  • Virgilio, come nasce la volontà di affrontare un argomento complesso come quello della violenza sulle donne?
Foto di Mario Cicala

Foto di Mario Cicala

“L’idea nasce da un incontro. Un giorno una donna mi raccontò di aver subito una violenza ed è stata in quell’occasione che ho capito l’importanza di puntare i riflettori su un argomento così drammaticamente attuale. Credo sia fondamentale rompere il silenzio, parlarne, molte donne infatti dopo aver visto il film mi hanno ringraziato perché questo è stato un modo di dare voce a chi ha subito un’esperienza così traumatica”.

  • Come mai la scelta di raccontare il conflitto bosniaco?

“Questo è un film realizzato per mantenere viva la memoria di quanto è accaduto ai nostri vicini di casa. Ho avuto l’occasione di incontrare tante donne bosniache che hanno subito violenza e molte di loro mi hanno confessato di sentirsi come morti viventi, costrette a convivere con la terribile consapevolezza di essere state stuprate da un uomo. Proprio come accade a una delle protagoniste del film che ad un certo punto decide però di raccontare la sua storia. Confessa di non riuscire più ad amare a causa della violenza subita e di aver conosciuto un odio talmente profondo da portarlo dentro a distanza di anni. Purtroppo questo male non riguarda solo le donne dei Balcani, ma chiunque sia stato vittima di qualsiasi forma di violenza,fisica o psicologica”.

  • Il film è girato con un uso massiccio di primi piani, inquadrature di porte che si chiudono, spazi stretti. E’ stata una scelta stilistica voluta?

“Il film è stato realizzato seguendo un approccio classico, potremmo dire televisivo, in grado di attrarre un pubblico il più ampio possibile. La logica è quella della scatola cinese ed è speculare al mantenimento di un segreto e al progressivo svelamento della verità. Non volevamo mostrare la violenza in modo diretto ma farne comprendere gli effetti”.

  • Questo è un film indipendente che ha visto il coinvolgimento di molti giovani tra cui la protagonista Francesca 10926317_790951267608088_1662342569814786310_oDi Maggio, al suo esordio cinematografico, e gli allievi dell’ Accademia di Belle Arti di Catania che si sono occupati delle scenografie. Non crede che un progetto di questo tipo abbia una doppia valenza in un territorio difficile come la Sicilia?

“La nostra è una terra difficile perché c’è tanta professionalità ma poca umiltà e tanti giovani si montano la testa troppo facilmente. Dietro la costruzione di un film c’è una grande macchina organizzativa ed è importante far capire ai giovani quanti sacrifici bisogna fare ma soprattutto quanto sia importante restare umili per poter crescere non soltanto a livello professionale ma anche come persone. Durante le riprese abbiamo dovuto affrontare molte difficoltà come ad esempio la distruzione di parte delle scenografie a causa di un ciclone, ma grazie agli sforzi di tutti abbiamo superato i momenti più duri e siamo andati avanti”.

  • Un film girato in Sicilia in cui si parla di un’altra realtà, quella balcanica. Come mai questa decisione?

“E’ una scelta che nasce dalla volontà di far capire che in Sicilia si possono sviluppare progetti diversi da quelli legati ai soliti luoghi comuni e ai cliché. Basta con le solite fiction di mafia e con tutte quelle pellicole che insistono sulle stesse storie che hanno fatto male alla nostra terra, non le rinneghiamo sicuramente ma è importante fornire punti di vista diversi. Meglio fare qualcosa di impegnativo, che sia storico, sociale o di riflessione, ma soprattutto nuovo. Per questo abbiamo già in mente una nuova sfida per il futuro, raccontare una Sicilia inedita, diversa, che sia lontana dagli stereotipi che vengono proposti e speriamo che questa volta arrivino i fondi per sostenere questo progetto”.

  • Il pubblico fino ad ora ha premiato questo film, è soddisfatto?

“Molto, penso che la gente abbia premiato non solo il messaggio di speranza lanciato dal film, ma anche il fatto che questo messaggio11080834_823405927695955_5314482339198414995_o sia stato mandato da un gruppo di giovani che ha lavorato duramente. Sperando che la Sicilia possa cambiare non ci resta che lanciare un’immagine positiva lavorando insieme e senza alcun individualismo”.

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