Imbarazzato a scrivere di un film che considero meno di nulla. “Cinquanta sfumature di Grigio” (“Fifty shades of Grey”, regia di Sam Taylor Johnson) è una sorta di locuzione magica che dovrebbe significare trasgressione. Al limite stimolare la curiosità.

Film vuoto, freddo, che non coinvolge, che non lascia il segno. Primo di una trilogia su carta, in origine, che fece scalpore: non mi interrogo sulle ragioni. Di positivo c’è che la prima mezz’ora scorre via come l’acqua. Non accade nulla. Facciamo la conoscenza di due personaggi, pressoché soli: lui e lei. Dakota Johnson e Jamie Dornan. L’uno con l’altra, l’uno per l’altra. Lei è una ragazza appena carina, Anastasia Steele, che va a intervistare un megamanager di Seattle, Christian Grey, giovane, affascinante e tenebroso. Si piacciono.

Film smontabile come una casetta di mattoncini, con attori-robot a cui vengono assegnati due o tre compitini. Fare sesso, guidare, parlare al cellulare. Lei prova a far tenerezza e non dico che non ci riesca, lui è espressivo come un manifestino pubblicitario. Se vuoi stare con me, dice il megamanager alla pischella, devi sottostare alle mie regole: fine settimana bollenti, letti separati, sesso violento, frustate e altro ancora. Tutto nella “stanza dei giochi” (ci siamo capiti). Basta firmare un contratto di sottomissione e oplà. Lei è indecisa se starci o non starci. Dopo aver assaggiato lo scudiscio – vorrebbe spremute di cuore – apre la porta e se ne va.

Sfiga su sfiga. Il megamanager è figlio di una prostituta, a quindici anni molestato da un’amica della madre adottiva. Materia senza forma: non aspettatevi approfondimenti psicologici, sfumature spiritualiste, parabole di media gittata. Dimenticate Schopenhauer e gli altri. Quel che accade, accade per volere di una mano misteriosa: una di quelle che conterà i soldi custoditi in cassa.

Decidetevi a comporre un puzzle. Prendete “Nove settimane e mezzo”, “Pretty Woman”, “il Laureato”, se volete anche “Love Story” (ma non affannatevi: sono passati quarantacinque anni), shakerateli. Componete un mosaico e aggiungete un ventennio di smaliziato progresso da ’o famo strano, sveltine e sesso senza scopo (ricordate “l’Ultimo tango a Parigi” di Bertolucci?). Fatto? Separate la pula dal grano. Provate a immaginare centoventi minuti dal titolo: «Io scopo forte». Con sottotitolo: sono un dominatore.

Film nebuloso per scarsa capacità narrativa. Non c’è un dialogo che funzioni, una scena memorabile, un minuto che valga non il biglietto ma il prezzo dei popcorn. Fine dell’uomo o fine del cinema? Bella domanda. Massimo della libidine: la finta riunione ove lei e lui, in penombra, discorrono di dildo, vibratori e bondage.

Deciso: raccoglierò le firme per la riapertura dell’“Olimpia”, a Catania. Almeno lì si tifava Moana Pozzi. C’è chi si è affrettato a vederlo, “Fifty shades of Grey”; c’è chi ne parla bene: al peggio non c’è mai fine. Imbarazzato, lo riscrivo con maggior convinzione.

A proposito dell'autore

Giornalista e saggista

Marco Iacona, giornalista e saggista. Siciliano non per colpa sua. Autore di sei volumi dal colonialismo italiano all’éra pop passando per il Sessantotto. Il settimo è in arrivo. Conosce Trento, Trieste, Bologna, Milano, Bergamo, Asti, Roma, Firenze, Pisa, Genova e Venezia. Non è mai stato ad Amalfi. Preferisce i fumetti a Nietzsche e Nietzsche a Hegel. Studia la destra ma preferisce Woody Allen. Ama l’opera lirica, la Callas e Pasolini. Ha vissuto quarant’anni in Sicilia e quattro in Piemonte. Nel 2010 ha riattraversato lo Stretto non per nostalgia.

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