Marco Iacona

Mezzo secolo tondo tondo. A Catania difficilmente qualcuno ne parlerà. Più facile assistere all’ennesima mostra sulla pavimentazione della pescheria, sul velo di sant’Agata o sul barocco della val di Noto. Cose vecchie come il cucco. Inutili ovviamente, se non per qualche sparuto turista. Spero nel cinema, quello sì.
Di cosa parlo? Dei cinquant’anni dai concerti dei Beatles in Italia. Quelli che il mondo l’hanno cambiato, certamente più dei preti le cui parole gravano sulle coscienze come macigni. Dal punto di vista strettamente artistico due scuole di pensiero si sono date battaglia: la prima colloca all’inizio della primavera 1963 – uscita del primo ellepi, “Please Please me” – o all’ottobre ‘62 – uscita di “Love me do”, primo quarantacinque giri – la nascita del più grande gruppo della storia della musica leggera. La seconda con argomenti più sofisticati rinvia alla metà dei Sessanta, con “Rubber soul”, l’inizio di un nuovo corso per la musica in Occidente. In quei pochi anni i Beatles passeranno da buon gruppo beat – uno dei tanti – a formazione raffinatissima dallo stile eclettico: padrona di suoni, stili e addirittura di generi e gusti.
Com’è noto i Beatles sparsero dubbi e diffusero curiosità: tra i primi fenomeni globali (o quasi) esclusivamente per giovani. Se non ci credete andatevi a ripassare quello che i giornalisti italiani scrivevano su John, Paul, George e Ringo. In tempi nei quali per sfondare nella musica leggera si credevano necessari uno stile appropriato e una preparazione in linea con la tradizione, le riserve non erano poche. Oddio, a distanza di decenni non è che tutti avessero torto.
Anni Sessanta: decennio che avrebbe cambiato costumi e tanto altro. Grazie alle trovate commerciali venute a galla in nome dell’anticonformismo e della novità per la novità: forma di machiavellismo-commerciale che si sarebbe riprodotto per decenni fino a giorni nostri. Non era affatto la prima volta che i giovinastri mettevano “paura”, in tempo di pace però era paradossalmente più difficile arginare la marea montante. Adesso i giovani – grazie a qualche soldino e a nuove prospettive per il futuro – difficilmente si facevano fregare.
È sempre esistita una sorta di mitologia beatlesiana, organizzata da chi aveva l’abilità per guidare la macchina del successo – l’impresario Brian Epstein ad esempio o George Martin il “quinto Beatle” – ed alimentata da giovani colpiti da tempeste ormonali. Un successo costruito però anche sulla casualità degli eventi. Lo stile Beatles, almeno quello dei primi anni, sarebbe germogliato ai bordi di una piscina amburghese in poche semplicissime mosse. Un bagno prima di un concerto, capelli asciugati in fretta e “pettinati” alla meno peggio. Sarebbero nate così, sull’istante, le quattro frange più famose del XX Secolo.
Come si racconta, il trionfo dei Beatles arriverà nel ‘64 partendo dagli Usa. Già da prima circolavano per il mondo intero – anticipazione in tono apparentemente minore del villaggio globale – i mitici gadget: le parrucche, in vendita in Italia a cinquemila lire. Ma anche indumenti ed accessori di vario genere, perfino tovaglioli, con l’effige dei quattro giovanotti. Nel ‘65, nel pieno del consolidamento della loro fama e ricchezza, sarebbe arrivata la consacrazione ufficiale avvenuta per mano di Queen Elizabeth – detta: Eliza beat – che avrebbe nominati i quattro ventenni nientemeno che “membri dell’Ordine dell’Impero britannico”.
Tanti anni sono trascorsi dai concerti di Milano, Genova e Roma dell’estate 1965, i quali bisogna dirlo furono tutt’altro che un successo leggendario. I quattro erano giunti (in treno) nel nostro Paese freschi del trionfo parigino e con le arcinote isterie degli under-sedici. Ma preceduti da scarsissima simpatia se si eccettua buona parte dei giovani, in maggioranza ragazzine undici-dodicenni.
Parlando del fenomeno Beatles o beatlesmania, la stampa amava sottolineare l’ignoranza del gruppo in fatto di musica – imparano i pezzi a memoria, fischiettandoli – il loro attaccamento al denaro, e il fatto, invero un po’ strano, che nell’identikit del “perfetto beatlesiano”, combinato dal solito sociologo stelle-e-strisce, figurasse un particolare poco edificante: quello della scarsa intelligenza.
Nel pieno del torrente beatlesiano, c’era piena consapevolezza che il loro successo più che strettamente musicale, fosse fenomeno complessivamente sociale. Per la stampa “conservatrice” (sai quanta ce n’era) la folla ai concerti e la presenza di ragazzi e ragazze nei luoghi ove i Fab Four sarebbero apparsi, in primo luogo negli aeroporti, erano misura del livello di perversione al quale oramai era giunto il mondo.
C’era la musica ovviamente. Molto imitata, fatta nella stragrande maggioranza di motivi orecchiabili, allegri, anzi euforici, ritmati, urlacchiati ma anche gradevoli, che anticipavano un futuro zeppo di novità; colonna sonora invero perfetta per i giovani dei Sessanta. Motivi che rubavano un po’ qua un po’ là dalle tradizioni musicali, dal contenuto vario, l’amore non sarebbe mai mancato e con esso questioni biografiche e temi sufficientemente arcani. Gli “Scarafaggi” trasportavano con sé quintali di modernità d’ogni genere e tipo. A cominciare dalla volontà di ribellarsi al mondo degli adulti e alle cosiddette convenzioni sociali.
D’altra parte, le raffinatezze tecniche erano quanto di meglio si potesse offrire al pubblico, non solo per i trucchi in sala di registrazione, ma anche per gli accorgimenti durante i concerti: massicce amplificazioni, particolari tipi di acustiche, eccetera.
Fin dalla prima tappa italiana – i due appuntamenti al Vigorelli di Milano, pomeriggio e sera del 24 giugno – il concerto aveva perso le caratteristiche di evento musicale con annessi e connessi per trasformarsi in una sorta di rito celebrato da quattro sacerdoti zazzeruti, con ventimila eccitatissimi giovani. Esserci prima di tutto: urla, applausi, e quant’altro rendevano impossibile l’ascolto di quasi ogni brano. La musica, apprezzabile o meno che fosse, “retrocedeva” automaticamente a semplice occasione.
Eppure o magari proprio per questo, per quella generazione – e per quella successiva – essa ascenderà vette lontanissime. Altro che rima “ciuri-amuri”, per riparare al di qua del recinto etneo.

A proposito dell'autore

Giornalista e saggista

Marco Iacona, giornalista e saggista. Siciliano non per colpa sua. Autore di sei volumi dal colonialismo italiano all’éra pop passando per il Sessantotto. Il settimo è in arrivo. Conosce Trento, Trieste, Bologna, Milano, Bergamo, Asti, Roma, Firenze, Pisa, Genova e Venezia. Non è mai stato ad Amalfi. Preferisce i fumetti a Nietzsche e Nietzsche a Hegel. Studia la destra ma preferisce Woody Allen. Ama l’opera lirica, la Callas e Pasolini. Ha vissuto quarant’anni in Sicilia e quattro in Piemonte. Nel 2010 ha riattraversato lo Stretto non per nostalgia.

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