Daniele Lo Porto

CATANIA – Commosso e forse per questo un po’ smemorato, il neo sindaco metropolitano Enzo Bianco, il primo della storia di questo nuovo Ente partorito con dolore, dopo lunghe e violente  doglie di polemiche. “E’ un sogno che si realizza dopo tanti anni, da me pensato fin dal  1994 quando, primo sindaco eletto direttamente dal popolo – ha ricordato Enzo Bianco nel suo discorso nel giorno dell’insediamento a Palazzo Minoriti – riunii  a Catania i sindaci delle più grandi città italiane e rilevammo l’inadeguatezza di un modello di governance che risaliva al dopoguerra, in un’Italia che era passata da una realtà rurale a quella  dell’esodo verso le città”.

Enzo Bianco ebbe una felice intuizione allora, di certo, peccato che abbia dimenticato che proprio a metà degli anni Novanta si determinarono le Aree metropolitane nelle città di Palermo, Catania e Messina, esattamente come adesso, solo che allora questi nuovi enti, per legge, sarebbe stati presieduti dai presidenti delle Province regionali. Il sogno di Bianco, quindi, poteva realizzarsi esattamente vent’anni fa se non ci fosse stato un braccio di ferro politico-istituzionale che vale la pena ricordare. In quegli anni i sindaci delle maggiori tre città isolane erano rispettivamente Leoluca Orlando, Enzo Bianco e Franco Provvidenti, tutti e tre di centrosinistra. I tre presidenti delle Province erano, invece, Francesco Musotto, Nello Musumeci e Giuseppe Buzzanca, tutti di centrodestra.

L’Area metropolitana di Catania fu costituita con la presenza di ben 28 comuni, alcuni assai distanti dal capoluogo, come Paternò, secondo criteri più geopolitici che geo-logici, perchè le pressioni dei big della politico ebbero il loro peso. Furono previsti Commissioni negli organi consiliari, assessorati all’Area metropolitana, studi, analisi e proiezioni anche nell’ambito del Piano territoriale provinciale che era il grande Piano regolatore delle Province. Consulenze costose, gettoni e indennità  generose che, tutt’oggi, alcuni amministratori dell’epoca stanno restituendo alle casse pubbliche. Tanto fumo e poco arrosto perchè a spegnere il fornello della riforma degli enti locali siciliani furono proprio i sindaci che, in forze di un potere politico e degli agganci giusti, riuscirono a bloccare la reale nascita delle Aree metropolitane per non concedere troppo potere agli odiati presidenti di Provincia.

 A distanza di venti anni esatti, l’impegnatissimo Enzo Bianco ha dimenticato questo particolare e, invece, si gode i benefici di una legge regionale, alla fine, uguale a quella nazionale che prevede l’automatica assegnazione del doppio incarico a favore, proprio dei sindaci delle città capoluogo che sono, come allora, guarda caso, tutti e tre di centrosinistra. Ma stavolta, il parto c’è stato. Un cesareo istituzionale non gradito a tutti, che toglie a oltre cinque milioni di elettori siciliani di poter esprimere la loro opinione. Ma va bene così, tra amnesia e autoesaltazione. “Io come Giuseppe De Felice”, ha detto Bianco, paragonandosi al più amato dei sindaci catanesi della storia, peccando quanto meno di realismo.

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