di Marco Spampinato

CATANIA –  Scrivendo del Regolamento edilizio di cui si è dotato il Comune di Catania è il caso di provare a informare con chiarezza, anche coloro i quali, tra la maggioranza dei lettori, non hanno contezza dei contenuti della discussione e delle varie definizioni trattate.

E’ necessario sapere che quando scriviamo di Regolamento edilizio trattiamo lo strumento urbanistico che norma a livello comunale le modalità costruttive della edificazione garantendo il rispetto delle normative tecnico-estetiche, igienico-sanitarie, di sicurezza e vivibilità degli immobili e delle pertinenze degli stessi.  La definizione di aspetti specifici delle previsioni urbanistiche sono demandati, oltre che al regolamento edilizio, anche ad altre regolamentazioni tra le quali, per citarne un paio: Regolamento acustico e Regolamento del verde.

La regolamentazione degli aspetti urbanistico-edilizi, in Italia, è storicamente ricondotta a due strumenti tra loro complementari: il Regolamento edilizio (che deriva dai preesistenti regolamenti d’ornato ante 1861…da noi, praticamente, all’epoca borbonica) e le norme tecniche di attuazione del Piano regolatore generale (che a Catania manca). Con l’articolo 33 della Legge 17 agosto 1942, n. 1150 (riconosciuta quale legge urbanistica) furono definiti i contenuti, e le regole di integrazione, da attuare con il P.R.G. Oggi il regolamento edilizio è disciplinato, in via ordinaria, dall’articolo 4 del DPR 380/2001.  Il Piano regolatore generale comunale (in acronimo P.R.G.C) nell’ordinamento italiano è definito come uno strumento che regola l’attività edificatoria all’interno di un territorio comunale di cui ogni comune italiano deve dotarsi, ai sensi di legge. Può essere adottato comunemente da più comuni, in questo caso si parla di Piano regolatore generale intercomunale (P.R.G.I) che è, nell’ordinamento italiano, uno strumento normativo che regola l’attività edificatoria in un’area sulla quale insistono più territori appartenenti a comuni diversi. Esso consiste in un Piano regolatore generale redatto da più comuni, che vi parteciperanno in maniera congiunta. Può essere richiesto anche da enti sovra comunali (Provincia, ancora in essere, e Regione) e dai singoli comuni.

Riepilogando, però, se un comune come Catania ha fatto trascorrere decenni senza mai dotarsi di P.R.G. potete immaginare quanto lavoro ci vorrà per adottare un P.R.G.I. al quale, in teoria ma anche nella pratica, stante alle richieste e alle manifestazioni di interesse, possono aderire decine di comuni?

Figurarsi se l’attesa di un Piano Regolatore Generale non potrà durare altri dieci, venti, trenta o quaranta anni, tanto per bissare traguardi raggiunti.

Nei decenni trascorsi si navigava a vista se non agendo fuori da leggi e regolamenti e alla faccia della legalità, grazie ai tanti cittadini noncuranti delle regole (pensiamo a interi villaggi edificati abusivamente da San Francesco la Rena fino a giungere alle porte di Agnone Bagni), alle stanze e ai piani abusivi realizzati ex ante in molti edifici cittadini, ad alcune piscine costruite sui terrazzi dei palazzi in sfregio ad autorizzazioni improbabili e alle più elementari norme di sicurezza..e questo fermandoci ad alcune considerazioni che riguardano, esclusivamente, l’edilizia civile. Non sono bastati i controlli e le sanzioni a evitare lo sfregio, e il peggioramento evidente e sostanziale, nella vivibilità di singoli isolati prima e di intere parti di quartieri dopo. Ora che, nel rispetto degli strumenti urbanistici in vigore sul territorio, e di quelli che, almeno a parole, tutti auspicano dovranno essere adottati sono già innescate anche altre importanti polemiche. Pensiamo, principalmente, al Piano Urbanistico Attuativo (PUA) che riguarda un’area vastissima della città che va dal Faro Biscari all’Oasi del Simeto. Questa enorme fetta di territorio, verde, è vero, ma in assenza di servizi basilari, fronte mare, comprendente ampi tratti di demanio marittimo e, addirittura, un’intera Oasi protetta, come denunciato in passato da formazioni politiche, enti professionali, associazioni e, tra queste, anche da “Catania bene comune”, dopo l’approvazione da parte della Regione siciliana, corre il rischio di essere, in buona parte, cementificata e data in gestione ai privati. Naturalmente l’esistenza di una regolamentazione dello stesso PUA non mette al sicuro rispetto a una scriteriata idea di fondo che è, e rimane, quella di fornire, o provare a farlo sulla carta e a livello meramente progettuale, una serie di servizi, inclusi un grosso numero di posti letto attualmente mancanti alla città di Catania, che potrebbero non essere mai richiesti da alcuno. Non è certo, difatti, che esista un’effettiva domanda per acquistare “il pacchetto” inerente una città con valenza storica, certamente, posta alle falde dell’Etna, vulcano patrimonio UNESCO e poco distante da Taormina e da Siracusa, ma senza una forte vocazione di accoglienza e servizi per il turismo. Catania non eccelle nè nel congressuale, nè per l’incentive e non è mai stata, questo è certo, tra le 50 mete culturali e d’arte italiane prescelte dai tour operator, agenti di viaggi e dai cosiddetti “circuiti internazionali”. Catania, peraltro, valutando tutta una serie di fattori tra i quali posizione, qualità dei servizi interni e costi, in slot per le compagnie aeree, del suo aeroporto internazionale oltre alle tariffe degli albergatori (tra le meno convenienti della Penisola) non è certo una méta né ambita né di attrattiva o interesse. Riteniamo che non esista, nella realtà, l’opportunità di cambiare, in maniera tanto marcata poi (non formando coscienze e professionalità ma, in cambio, costruendo campi da golf e quant’altro totalmente al di fuori anche dalla pratica, e dalla richiesta, di attività “fuori  porta” interessanti per gli stessi cittadini o per il turismo locale e regionale) in poco tempo e garantendo reale benessere. Tantomeno duraturo benessere. Le premesse, la poca chiarezza, l’idea di interessi corporativistici evidenti, le tattiche utilitaristiche e la riconduzione di troppi terreni ai soliti, tristemente, noti, fa presagire un possibile scandalo di proporzioni colossali e un disastro, se questa supposizione dovesse rivelarsi reale, dal quale la città e il suo hinterland, metropolitano pure, potrebbero non riprendersi più. E’ certo che taluni aranceti, secchi, potranno, già domani come avvenuto in precedenza, vedere centuplicato il valore del terreno quando a questi venisse concessa la variazione della destinazione d’uso, forse qualche struttura, faraonica o meno, potrà essere consegnata ma, nell’insieme, dubitiamo fortemente sul futuro prossimo dello sviluppo urbanistico di Catania. Una città che, nei primi anni ’70 del secolo scorso, ha prima deluso, poi distrutto, infine falsato e mortificato le idee, le applicazioni e le legittime aspirazioni di un geniale architetto quale fu Kenzo Tange, può “uccidere” qualsiasi sogno.

Tange, che dal poco di quattro bei poderi, e di altre proprietà rurali meno importanti e pur sempre consistenti, con vastissime, brulle, o produttivamente organizzate campagne, su commissione faraonica per l’epoca, progettò la nascita del quartiere di Librino, della città che nasce come atto di sopraffazione sulla Terra, sopravvisse al fallimento della sua idea. Questa capitolazione, perché di questo si è trattato in modo evidente anche ai bambini di questi anni, rimane reale e non apparente.

Librino continua, fino ad oggi, a “ingrossarsi” restando un cantiere aperto anche in tempi di crisi. Ma la sconfitta, di Tange e dell’intento di urbanizzazione “necessaria, moderna, armoniosa”, si realizzò da subito, sin da quando l’amministrazione dell’epoca, e tutte quelle successive, semplicemente non dotando il progetto dei servizi essenziali e di quell’anima necessaria allo sviluppo compatibile dello stesso lo resero un cantiere infinito e non attento all’aspetto sociale o alla tutela del verde.

Il quartiere, poi pezzo importante della città, avvilito, privato di quel qualcosa che, sulla carta, e attraverso plastici e miniature, già ci invidiava il mondo è, visitabile, “vivibile”, comunque sotto gli occhi di tutti e lì resta, coi suoi profondi limiti, malgrado slogan e tentativi, culturali, di unione concreta con il cuore differentemente pulsante del resto della città. Questo precedente ha un suo senso, nel suo dramma, e rappresenta un monito. Siamo, anzi, sono, bravi in tanti a provare a costruire le “cattedrali nel deserto” e, questa insana pratica, prima che allo sprofondamento, potrebbe deturpare, definitivamente, il territorio e distruggere i sogni di tanti.

Tranne che dei quattro, cinque, soliti noti e impropriamente riconosciuti “potentes”. Quelli sì, corrono il rischio di cadere sempre in piedi e di non subire alcun trauma. La legge, in questo Paese, non commuta pene ad arzilli vecchietti.

“Contra potentes nemo est munitus satis”, “Nessuno può sentirsi sufficientemente difeso contro i potenti” (Fedro, favola dell’aquila e la cornacchia).

 

 

 

 

 

 

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