Un emendamento del Pd alla legge comunitaria fa passare il contenuto minimo di succo di frutta nelle bevande analcoliche dal 12% al 20%. Ma vale solo per i produttori italiani e in passato lUE ha minacciato la procedura dinfrazione se lItalia avesse introdotto questa norma.

di Salvo ReitanoC

“Si  potranno bere succhi che contengono più frutta. Finalmente è stata sconfitta la lobby delle aranciate senza arancia”. E’ questo il commento del presidente e del direttore della Coldiretti siciliana, Alessandro Chiarelli e Giuseppe Campione,  al voto della Camera all’emendamento del Pd, con primo firmatario Oliviero Nicodemo, alla legge Comunitaria che alza il contenuto minimo di succo di frutta nelle bibite gassate dal 12 al  20 per cento.

“E’ stata una nostra battaglia il cui ultimo atto è stato organizzato proprio qualche giorno fa in tutta la Sicilia con la mobilitazione adesso “andiamo al succo”  – sottolineano Chiarelli e Campione  – e quindi ora si può guardare al futuro agrumicolo con maggiore ottimismo visto che quando la legge sarà approvata potranno essere consumati circa duecento milioni di chili di arance all’anno in più  che corrispondono a cinquantamila chili di vitamina C.

Inoltre, va ricordato, che centinaia di comuni agrumicoli, hanno deliberato un ordine del giorno a sostegno dell’agrumicoltura.

In pratica, le bibite gassate prodotte in Italia che richiamano gli agrumi nel nome non potranno più contenere meno del 20% di succo di arancia, contro il 12% di una vecchia legge del 1958.

Non c’è dubbio che è stata sconfitta, in un colpo solo, la lobby delle aranciate senza arance a favore degli interessi reali delle imprese agricole e dei consumatori.
Anche perché, è doveroso ricordare , da anni, l’Italia prova a far passare questa norma ma l’Europa ha sempre posto il divieto minacciando persino una procedura d’infrazione.

“Una battaglia di civiltà a difesa e valorizzazione del made in Italy e a tutela e garanzia della salute dei cittadini, specialmente dei più piccoli”,  hanno commentato i capogruppo Pd delle commissioni agricoltura di Camera e Senato Nicodemo Oliverio e Roberto Ruta.

Peccato però che il limite è circoscritto alle sole bevande «prodotte» in Italia e la norma, in questo modo, non si applica ai produttori esteri.

Lapidario nel suo commento il presidente di Federalimentare, Filippo Ferrua: «Si favoriscono gli stranieri, si penalizza la competitività italiana, si mettono a rischio migliaia di posti di lavoro fra diretti e indotto»

«La norma approvata è chiaramente incostituzionale – continua Ferrua – e determina una discriminazione al contrario nei confronti dei produttori italiani e pone un freno immotivato alla libera iniziativa economica».

Dello stesso parere Assobibe, l’ associazione italiana industriali delle bevande analcoliche: «I prodotti importanti dall’estero continueranno ad essere disponibili sul mercato italiano anche se avranno una percentuale di succo inferiore. Il nuovo obbligo – spiega il presidente Aurelio Ceresoli – si tramuterà in un forte incentivo alla delocalizzazione, sostenibile dai grandi gruppi ma sicuramente a scapito delle piccole-medie imprese che rappresentano la tradizione italiana della produzione di bibite analcoliche”.

Non la pensa così il ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali, Maurizio Martina: «Con l’intervento sulla percentuale di frutta nelle bevande, mettiamo in condizione la filiera agricola e quella alimentare di trovare una sempre maggiore collaborazione, in un’ottica di sistema».

“Bisogna proseguire nella strada del mutamento culturale sensibilizzando i consumatori  a bere spremute che devono avere un prezzo adeguato – concludono Alessandro Chiarelli e Giuseppe Campione –  questa norma ha un impatto economico notevole sulle imprese agricole in quanto l’aumento della percentuale di frutta nelle bibite consente di salvare oltre diecimila ettari di agrumeti”.

Salvo Reitano

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