Incontro Vittorio Costa per un’intervista e il colloquio si prolunga piacevolmente per più di un’ora. Costa è studioso e appassionato di cultura catanese – non siciliana, ma proprio catanese – e con orgoglio mostra un elenco di libri – suoi – ordinato in quattro parti: libri già “pubblicati”, quelli “completi in fase di pubblicazione” , quelli “in fase di definizione” e quelli “in fase di preparazione”.

Spiccano “Il catanese come lingua”, proverbi, aforismi, detti, modi di dire, miniminagghi, indovinelli, filastrocche, scioglilingua e vannii, edito nel 2012 da A & B; Il “Vocabolario catanese – italiano”, edito nel 2014 da A & B; “Catania”, personaggi, santi, luoghi, date, ed eventi noti e meno noti nei nomi delle strade e delle piazze della città, non ancora pubblicato. Di quest’ultimo ama parlare con dovizia di particolari. Ha scritto, tra gli altri, libri di cucina catanese, in dialetto catanese.

Costa è anche poeta e nel 2012 ha pubblicato per i tipi di Edizioni Improvvise 2012 “Ciuri e Ciuriddi” raccolta di versi in catanese. Il motto che apre la raccolta è: “Al passato che verrà” e riassume al meglio la sostanza dell’intervista.

 

Costa, impariamo a conoscerci? So comunque che ha svolto un lavoro interessante…

«Sono nato nel 1930 e ho lavorato con la mia famiglia, che dal bisnonno in poi aveva una fabbrica di costruzioni metalliche in bronzo e ottone [sarà il tema di uno dei suoi prossimi libri, n.d.r.]. Nel tempo abbiamo realizzato opere importanti come l’illuminazione interna del teatro “Bellini”, a Catania. Le parti in ottone e bronzo del fercolo di sant’Agata, distrutto dopo l’ultima guerra. Le porte della chiesa di santa Barbara di Paternò. E tanto altro».

 

E la sua attività letteraria?

«Amo mettere in mostra Catania, i modi di dire, i proverbi e le filastrocche: ho raccolto materiale per più di dieci anni. Sollecitato da amici e avendo trovato un editore disponibile come Mauro Bonanno di Acireale, ho pubblicato il primo libro: “Il catanese come lingua”, elenco di proverbi, modi di dire, “miniminagghi”, filastrocche e “vannii”. In appendice ho anche compilato un piccolo glossario. Da quest’ultimo è venuto fuori il Vocabolario vero e proprio con novemilacinquecento lemmi e un elenco di verbi, tutti coniugati e tutti in catanese. Sa, molti attori parlano bene il catanese ma al momento di scrivere commettono degli errori…».

 

In breve, le maggiori differenze tra siciliano e catanese?

«In Sicilia abbiamo circa quattrocento parlate diverse le une dalle altre. In alcuni posti al centro dell’Isola si ha perfino bisogno dell’interprete. Mi sembra che basti…».

 

 

Quali sono secondo lei i motivi per visitare Catania?

«Se risaliamo al periodo pre-terremoto e pre-eruzione di quel tempo sono rimaste davvero poche cose e poco visibili. La Catania post-terremoto è molto interessante, ha un’architettura barocca dovuta a Vaccarini, a Battaglia e a chi ha rifatto Catania su indicazione del duca di Camastra. Ma i catanesi dissero che quel che non distrusse il padreterno lo ha distrutto Camastra. Lui è l’ideatore di via Etnea – che originariamente non era dritta  e finiva dove adesso c’è piazza Stesicoro. A quel tempo, furono realizzate tre direzioni: via Etnea – sud-nord – via Vittorio Emanuele e via San Giuliano. Poi indubbiamente c’è da visitare la parte nuova della città oltre piazza Stesicoro. Il Borgo venne fuori dopo il terremoto perché lì furono trapiantate popolazioni che venivano da Misterbianco e Paternò, su terreni appartenenti al Vescovado».

 

E la città contemporanea?

«La Catania contemporanea ha avuto insulti e poche cose pregevoli. Pensi sono stati stravolti pure i nomi delle strade. Ci sono state le operazioni “Librino” ove furono trapiantati abitanti del centro, del corso Sicilia e di corso Martiri della libertà e “Villaggio sant’Agata”; proprio qui la precedente amministrazione comunale ha dato nomi nuovi alle strade. Purtroppo però sono state stravolte anche strade ben più importanti come la centralissima via della posta, adiacente al palazzo della posta in via Etnea. Lo sa vero? Hanno fatto perfino la via Mario Merola. Come avrà capito c’è chi ha una certa influenza sui nomi, e le commissioni sono quasi del tutto passive…».

 

Ci vuole raccontare come e perché si intitola una strada a un personaggio?

«Non si può ottenere prima di dieci anni dalla scomparsa, ma in realtà la regola è stata disattesa più volte. Vedi le vie Giovanni Paolo II e Lucio Dalla. In tutte le città c’è un orientamento per quartiere. Cambiando i nomi va a finire che si trovano nomi poco indicati. Insomma, a seconda del vento che soffia si preferiscono nomi invece di altri. Un esempio: da poco piazzale Oceania è diventato piazzale Candido Cannavò; ma cosa c’entra se in quella zona le strade e le piazze sono dedicate ai continenti? Sulle ricerche generalmente definite di toponomastica ma che più correttamente si dovrebbe dire di odonomastica si trova pure un libro di Santi Correnti, ma contiene errori grossolani. Con le mie ricerche sto cercando di correggere anche questi».

 

Quando uscirà questo nuovo libro?

«Spero entro l’anno. Sono già corteggiato da tre editori e tra questi ci metto pure Mario Ciancio. Pensi: ho avuto difficoltà anche ad accedere nell’archivio toponomastico. Non c’è grande interesse né collaborazione da parte degli impiegati…».

 

Immagino. Costa, vuol ricordare un maestro? A chi deve un grazie?

«No, ricordo solo i maestri che mi castigavano. Ho frequentato i Salesiani e lì chi usava il dialetto veniva punito, anche dopo il periodo fascista. Il mio maestro è la strada. Maestro è chi parla per frasi fatte, e quelle frasi io ho continuamente registrato.

 

 

Innamoratissimo di Catania, possiamo dirlo no?

«Sì! Sono davvero innamorato della mia città. Il cittadino catanese è straordinariamente inventivo. Non cambierei Catania con nessun’altra città. Se fossi costretto ad andar via comprerei un casale in Umbria: non andrei in un altro centro urbano».

 

Marco Iacona

 

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