L’italiano, come ogni lingua, è un sistema di comunicazione adoperato dalla comunità nazionale in forme diverse secondo i luoghi, le situazioni, gli interlocutori, i messaggi, i canali, i tempi, gli scopi che si vogliono perseguire. La diversità geografica, legata ai sottostanti dialetti nativi, è particolarmente marcata, come si evince dall’uso, soprattutto parlato, della lingua da parte dei circa 60milioni di italiani.

L’anima dialettale dell’italiano è così presente ai diversi livelli di analisi: la pronuncia in prima istanza e poi a livello lessicale; e in misura minore a livello morfologico e sintattico. La componente lessicale di origine dialettale forma lo strato dei “dialettismi”, riferibili ad ambiti culturali diversi. Per es. nel settore della gastronomia ci sono: “abbacchio”, “pastiera”, “prosecco”; nel settore dei mestieri: “mammana”, “paglietta”, “rais”; nell’ambito della malavita: “ndràngheta”, “pappone”, “picciotto”; nell’ambito degli insulti: “pirla”, “frocio”, “sciacquetta” (ragazza frivola), ecc. Le voci di origine dialettale se sono note solo a livello di singole regioni, si connotano come “regionalismi”, per es. i settentrionalismi “cadrèga” (sedia); “bauscia” (fanfarone, milanese); i toscanismi “biancana” (formazione rocciosa), “castrino” (tipo di coltellino); i meridionalismi “marranzano”, “dammuso”, ecc.

Ma molte voci di origine dialettale, quindi tecnicamente “dialettalismi”, una volta diffuse a livello nazionale e diventate pan-italiane non meritano più di essere definite a livello geografico “regionalismi”. Sono in realtà “ex-regionalismi” ovvero dialettalismi pan-italiani. È il caso per es. di “becero” (tosc.), “assatanato” (centr.), “attizzare” (centromerid.), ecc.

Su questo sfondo storico-teorico-descrittivo del rapporto lingua-dialetti a livello lessicale si può proiettare la bella e originale ricerca di Vincenzo Ferrara, autore di un istruttivo volume sui Dialettismi italiani nei lessici bilingui (Bonanno editore, Acireale-Roma, pp. 287). L’autore ha costruito un dizionario di circa 290 “dialettismi”, per lo più “ex-regionalismi” in quanto voci pan-italiane. Il corpus è stato ricavato selettivamente dai dizionari monolingui esistenti (soprattutto Treccani-Duro, Sabatini-Coletti, Zingarelli, Devoto-Oli, DIR, Garzanti, De Mauro), di cui l’autore ha discusso criticamente le varie etichettature geografiche non sempre coerentemente adoperate. Ognuno dei circa 290 dialettismi è stato quindi studiato nella sua fortuna lessicografica e riguardo ai possibili traducenti in inglese e in tedesco. A tal fine i traducenti stranieri sono stati reperiti in vari dizionari bilingui: italiano-tedesco (Giacoma-Kolb della Zanichelli, DIT, Garzanti tedesco, ecc.) e italiano-inglese (Ragazzini, Oxford Paravia, Hazon, ecc.).

La discussione è puntigliosa, serrata e incalzante. E fa toccare con mano la difficoltà dei traduttori (lessicografi) e della traduzione in generale. Quattro sembrano le soluzioni principali della resa dei dialettismi, a volte tra loro in concorrenza, per lo più con perdita della connotazione geografica del traducente. (i) Il “prestito” nel caso dei dialettismi legati a realtà specifiche, per es. “prosecco”, “caruso”, “ndràngheta”; “Nurag(h)e”, “nuragh(e)”; “bresaola”. (ii) L’equivalenza sinonimica, nel caso per es. di “ometto” (gruccia): “Kleiderbügel”/“clothes-hanger”; o di “moroso” = “Freund“ / “boyfriend, fiancé”. (iii) Il traducente connotato, per es. “assatanato” = ingl. “randy”; amer. “horny”. (iv) La chiosa/glossa/spiegazione metalinguistica, per es. “ndràngheta” reso con “kalabrische Mafia” / “Calabrian Maf(f)ia”. La proposta dei diversi tipi di traducenti, sfidando la intraducibilità, è naturalmente complessa e delicata in virtù della diversità culturale delle lingue messe a confronto. La glossa sembra la soluzione più frequentemente adottata. In alcuni casi manca ogni tipo di traducente, perché assente nei dizionari consultati, così per il sic. “insòlia” e “dammuso”.

Il volume alla fine è uno stimolo per un’analoga ricerca nelle lingue romanze, quali il francese e lo spagnolo. E naturalmente invita anche a una conferma della adeguatezza dei traducenti lessicografici da ricercare nelle reali traduzioni di testi italiani (romanzi, racconti, articoli ecc.) in inglese, tedesco, francese, spagnolo, ecc. Per es. quale sarà stata la resa dell’“insòlia” gattopardesca nella versione inglese del romanzo?

A proposito dell'autore

Docente di linguistica generale all'università di Catania

Salvatore Claudio Sgroi, ordinario di linguistica generale (Università di Catania), è stato pres. del corso di laurea in "Culture e linguaggi per la comunicazione", fa parte della direzione del "Bollettino del Centro di studi filologici e linguistici siciliani", del comitato di redazione "Le Forme e la Storia", e collabora a importanti riviste italiane e straniere di linguistica. È autore di circa 400 saggi e di numerosi volumi, tra cui i più recenti sono Per una grammatica ‘laica’. Esercizi di analisi linguistica dalla parte del parlante, UTET 2010; Scrivere per gli Italiani nell'Italia post-unitaria, Cesati 2013; Dove va il congiuntivo? Il congiuntivo da nove punti di vista, UTET 2013.

Post correlati

Scrivi