L’universo teatrale di Spiro Scimone e Francesco Sframeli: Nunzio, Bar, La festa, Il cortile, La busta, Pali, Giù.

Taormina  1994 – 2014.    La Compagnia Scimone Sframeli festeggia a Taormina, dal 18 al 31 luglio,  i primi 20 anni di attività teatrale, nello stesso luogo dove debuttarono con Nunzio, il 20 agosto del 1994, con la regia di Carlo Cecchi. Una vera e propria “monografia” che vuole ricordare il sodalizio artistico di Spiro Scimone autore/attore e Francesco Sframeli attore/regista, entrambi messinesi, esempio di compagnia teatrale che mette in scena il proprio repertorio di drammaturgia contemporanea, diventato negli anni un punto di riferimento in Italia e all’estero.

Questa sera al Palazzo dei Congressi (sala b) – ore 21.30, ” La Festa” (1999) di Spiro Scimone con Francesco Sframeli, Spiro Scimone, Gianluca Cesale regia Gianfelice Imparato,  scena e costumi Sergio Tramonti musiche Patrizio Trampetti, regista assistente Leonardo Pischedda direttore tecnico Santo Pinizzotto,  produzione Compagnia Scimone Sframeli,  in collaborazione con Fondazione Orestiadi Gibellina Premio Candoni Arta Terme 2007 – Nuova Drammaturgia

“La Festa” è un testo scritto con dialoghi brevissimi, battute di poche parole, spesso una sola. Rappresenta la prima svolta della scrittura di Spiro Scimone, a partire dalla lingua italiana che predilige un uso molto musicale della frase, su un ritmo sincopato che mette in evidenza le frequenti ripetizioni e variazioni di un medesimo tema, che portano a esplorare tutte le possibilità offerte dalle parole e la loro intima necessità. I tre personaggi si confrontano in un continuo rinfacciarsi episodi distorti e un passato forse inventato: un padre, una madre e un figlio, rinchiusi nello spazio geometrico di un’astratta cucina, il chiuso contenitore di quel microcosmo familiare. Dialogano per domande e risposte e quelle poche parole sono le armi affilate del loro conflitto lungo una vita. Formule di un rito che si ripete uguale da tempo. Banalmente uguale.La festa del titolo celebra l’anniversario dei trent’anni di matrimonio della coppia. Fondamentale, nella costruzione del testo, è l’aspetto del gioco ovvero del recitare. Ciascuno dei tre personaggi recita, infatti, la propria parte: la madre assillante che accentua il suo ruolo di vittima, il padre che fa la voce grossa per mascherare la propria debolezza e dipendenza, il figlio protervo che se ne sta accucciato a muso duro, diventato il vero padrone di casa, anche perché è lui che mette i soldi, oscuramente guadagnati. Il gioco è teso, crudele, apparentemente devastante, con una continua nota di comicità. La madre rinfaccia. Il padre fa il gesto di uno schiaffo che è incapace di dare. Il figlio, cosa fa? Il figlio non fa niente, se ne sta in silenzio e quando è stanco di domande esce. Ma c’è un limite nel gioco, oltre cui non può andare. La necessità di non arrivare alla rottura, perché il giorno dopo si possa riprendere da capo, con le stesse parole. Con lo stesso rito.

23 luglio al  Palazzo dei Congressi (sala b) – ore 21.30, ” Il Cortile” (2003) di Spiro Scimone con Francesco Sframeli, Spiro Scimone, Gianluca Cesale,  regia Valerio Binasco,  scena e costumi Titina Maselli,  disegno luci Beatrice Ficalbi,  regista assistente Leonardo Pischedda,  assistente scene e costumi Barbara Bessi,  direttore tecnico Santo Pinizzotto,  produzione Compagnia Scimone Sframeli. Fondazione Orestiadi Gibellina.  Festival d’Automne à Paris,  kunsten Festival Des Arts de Bruxelles,  Théâtre Garonne De Toulouse Premio Ubu 2004

Nuovo Testo Italiano “Il Cortile”,  è un testo di grande verità e allo stesso tempo completamente surreale. I protagonisti vivono in una discarica, fra vecchie motociclette e spazzatura. Un desolante suburbio della più povera delle metropoli. Sono tormentati dalla decadenza fisica e affetti da una sorta di malinconia per i tempi migliori. Viene evocata una quotidianità grottesca ma, a ben vedere, non dissimile dalla realtà, dal degrado e dall’angoscia che ci circondano. Peppe, Tano e Uno non hanno più la cognizione del tempo, ma ancora tanta voglia di vivere. Sono solo tre uomini-bambini con i loro piccoli gesti, con il bisogno d’ascoltarsi, con il gusto del gioco. Disperati all’apparenza, nel loro cortile, nessuno può togliergli il piacere di giocare. Non sappiamo da dove vengano, né quale rapporto li leghi. Lo spettacolo alterna crudele astrazione e poetico realismo, innesta le domande più aspre del presente nelle piccole ossessioni della quotidianità, con un ritmo comico e una precisione che non lasciano scampo. Il tragico ha anche effetti esilaranti: si ride, ma senza mai smettere di pensare.

 

 

 

 

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