Quando viene introdotta una nuova tecnologia in una data società inizialmente non esistono regole per la sua fruizione, ma dopo un po’, se il fenomeno diventa dirompente, le istituzioni provvedono a emanare le relative norme. È il caso della tecnologia aeromobile a pilotaggio remoto, la stessa utilizzata per controllare velivoli privi di pilota al loro interno, in altre parole droni.

Spy APRNel mondo sono circa 540 mila gli oggetti di questo tipo e, secondo le stime di Marsh, azienda leader a livello mondiale nella consulenza assicurativa e valutazione dei rischi, entro i prossimi dieci anni il settore fatturerà più di 82 miliardi di dollari. Il problema preponderante dei droni, al di là del fatto che il cielo sarà maggiormente affollato, riguarda la privacy. Questi marchingegni, attraverso piccole telecamere montate a bordo, come le GoPro, sono in grado di raccogliere dati sensibili all’insaputa dei soggetti, violando così la legge. Oltretutto, come dimostrano alcuni recenti fatti di cronaca, se guidati da persone inesperte possono recare non pochi danni: lo scorso gennaio, un drone precipita sul prato della Casa Bianca, facendo ipotizzare un attentato terroristico, in Germania un piccolo Parrot sorvola la testa di Angela Merkel per poi atterrarle accanto; a Londra, all’aeroporto Heathrow, un APR sfiora la collisione con un grosso aereo di linea.

Attualmente l’EASA (European Aviation Safety Agency), cioè l’agenzia europea per la sicurezza aerea, suddivide i droni in tre livelli di operatività, ognuno con determinate linee guida da rispettare. Il primo, “Open”, comprende gli aeromobili di basso rischio, capaci di allontanarsi dal proprio pilota fino a 500 metri e non in grado di superare i 150 in altezza; nel secondo, denominato “Specific”, rientrano i velivoli al di fuori delle caratteristiche predette, utilizzati non per diletto, piuttosto per operazioni civili con un alto margine di pericolosità, le quali devono essere concesse dalle autorità aeronautiche; il terzo livello, soprannominato “Certified” dal momento che per guidare i droni occorre uno speciale certificato, raccoglie gli APR di dimensioni più grandi e il più delle volte impiegati nelle operazioni militari.

Drone militareIn Italia, l’ENAC (Ente Nazionale Aviazione Civile) ha pubblicato nel 2014 un regolamento, in conformità con la normativa europea, per disciplinare il settore. Tale ordinamento obbliga l’operatore a dichiarare alle autorità se il proprio drone viene usato per raccogliere dati personali provenienti da registrazioni audio o video. Inoltre, sempre nel testo si legge che in caso d’incidente, a meno che non si tratti di un guasto tecnico, la responsabilità ricade sul proprietario del drone, esattamente come nel caso delle polizze assicurative per automobili. Tuttavia, al momento non è prevista alcuna formula assicurativa per i droni.

Secondo Antonello Soro, presidente dell’Autorità Garante della Privacy, «le regole usate finora non sono più efficaci. Dobbiamo puntare su tecnologie che limitino la raccolta dei dati fin dalla loro progettazione». Dello stesso parere è Ottavio Marzocchi, analista politico e ricercatore presso il Parlamento europeo, che in un’intervista a la Repubblica ha dichiarato: «Le norme UE sulla privacy non coprono le attività di raccolta dei dati personali operate da intelligence, polizia o giornalisti e neppure le attività private delle persone, quindi se non possono garantire una sufficiente protezione dei diritti fondamentali dei cittadini, figuriamoci se sono in grado di salvaguardarli dai droni». Certo è che con poche centinaia di euro, oggi, si può acquistare un drone da un qualsiasi rivenditore hi-tech. Così, mentre i politici continuano a scervellarsi per capire come regolamentare il settore, i nerd, gli appassionati e gli iniziatori di nuove tecnologie si stanno già interrogando su quale modello comprare.

Alberto Molino

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