Carmelinda Comandatore

CATANIA – Il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, in occasione del “question time” di oggi, ha risposto all’interrogazione parlamentare presentata da numerosi deputati, primo firmatario Claudio Fava, sulle infiltrazioni mafiose nel Consiglio comunale della città etnea.

Il caso era scoppiato nei mesi scorsi dopo l’approvazione della relazione della Commissione regionale antimafia, firmata da Stefano Zito, che metteva in evidenza la stretta parentela del consigliere comunale, Riccardo Pellegrino, e del presidente della VI circoscrizione, Lorenzo Leone, con famiglie catanesi notoriamente malavitose.

Come ricorda Alfano, “si era posta la necessità di accurati approfondimenti”, di cui lo stesso ministro diede notizia durante la sua audizione alla commissione parlamentare antimafia lo scorso marzo, in modo da verificare quali conseguenze la permanenza dei consiglieri avrebbe potuto determinare sull’andamento dell’attività amministrativa e di un possibile condizionamento mafioso di tale attività. In quell’occasione Alfano sottolineò che era ancora in corso, da parte della prefettura di Catania, un’ampia attività di monitoraggio sulla compagine elettiva del comune di Catania e delle relative circoscrizioni.

Ma a quali conclusioni si arriva dopo questa lunga attività di verifica ?

Ce lo dice Alfano, rispondendo al question time. In primo luogo si ottiene una lapalissiana conferma: vi sono consiglieri comunali imparentati con “esponenti di famiglie mafiose di particolare caratura criminale”. Riccardo Pellegrino, quindi, è fratello di Gaetano Pellegrino, uomo di spiccato rilievo criminale all’interno del clan mafioso dei Mazzei, mentre Lorenzo Leone è fratello di Gaetano Leone, appartenente al clan Santapaola, già condannato con sentenza irrevocabile per associazione mafiosa. Questa stretta parentela, tuttavia, non è sufficiente a far scattare il provvedimento richiesto da Claudio Fava e dagli altri deputati firmatari dell’interrogazione parlamentare, ovvero nominare una commissione di accesso al comune di Catania.

Il motivo ? Gli amministratori finiti sotto la lente d’ingrandimento della Commissione regionale antimafia non hanno a loro carico procedimenti penali tali da poterne “interdire l’accesso alle rispettive cariche elettive e non sussistono, allo stato, elementi tali da sorreggere adeguatamente la richiesta di delega dei poteri di accesso ai sensi dell’art. 143 del TUEL”.

Una scelta che Claudio Fava ha definito di “basso profilo”: la Prefettura, dopo mesi di silenzio, ha comunicato dati già noti e ha ritenuto, in un contesto difficile come quello catanese, di non considerare che ci fossero gli elementi per procedere “quanto meno per fugare ogni dubbio”.

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