di Graziella Nicolosi

CATANIA – Dove sta andando la comunicazione? A questa e ad altre domande ha cercato di rispondere ieri sera il giornalista e professore universitario Alessandro Papini, docente di comunicazione pubblica presso l’Università IULM di Milano e autore di vari saggi sull’argomento, fra cui il recente “Post-comunicazione. Istituzioni, società e immagine pubblica nell’età delle reti” (Guerini editore).

L’incontro – organizzato in collaborazione con l’ex Provincia regionale di Catania, con l’associazione ABBEtnea (rappresentata dal suo presidente Franz Cannizzo) e con la struttura ricettiva Catania Centro Rooms – ha riaperto per il nuovo anno la rassegna “Un giornalista, un libro, un thè”, organizzata dall’Assostampa di Catania.

Forte della sua esperienza quadriennale di direttore Comunicazione e Relazioni internazionali della Provincia di Milano (2010-2014) e di consulente del Ministero dell’Economia (2003-2008), Papini ha affrontato ad ampio raggio il tema della comunicazione pubblica, rispondendo alle domande del segretario provinciale di Assostampa Catania Daniele Lo Porto e della giornalista Giuliana Avila Di Stefano.

La post comunicazione, da cui prende il titolo il suo libro, va intesa come “capacità del sistema Paese di rappresentare interessi collettivi e individuali sui diversi piani della comunicazione, di cui i cittadini, grazie ai nuovi media, sono ormai attori a tutti gli effetti”.

1“Frequentando per diversi anni l’amministrazione pubblica – ha detto l’autore –  mi sono reso conto dei freni e dei limiti che la caratterizzano in tema di comunicazione. C’è sicuramente un portato storico, per cui, dopo gli eccessi del Ventennio fascista, c’è stata una regressione naturale, temendo l’accusa di riproporre la propaganda. Lo Stato ha dunque delegato la comunicazione ai partiti politici. Una situazione che è durata fino a Tangentopoli”. Poi la politica è entrata in crisi, insieme a tutte le istituzioni, e si è pensato di “colmare quel vuoto di legittimità istituendo (con la legge 150 del 2000) la comunicazione pubblica nel Paese. Disposizione che – come hanno evidenziato Lo Porto e Avila Di Stefano – “dopo 15 anni rappresenta sostanzialmente un’opportunità sprecata”.

Per Papini “la legge 150 non ha trovato una classe dirigente in grado di capirne l’importanza, proprio nel momento in cui si assisteva all’avvento dell’informatizzazione e alla moltiplicazione delle attività comunicative. Ovvio che, quando c’è stato bisogno di tagliare i costi pubblici, lo si è fatto partendo dalla comunicazione”.

Una scelta politica facile, senza particolari costi sociali e senza grosse lamentele. Una scelta frutto di ignoranza culturale, che ha avuto ripercussioni anche sulla gestione degli Urp dove, invece di assumere personale qualificato, “sono stati paradossalmente relegati i dipendenti pubblici senza alcuna cultura comunicativa, come se il rapporto con il cittadino non fosse invece essenziale e strategico, in primo luogo per i politici”.

Da qui l’incapacità di comunicare adeguatamente il brand del nostro Paese, a differenza di altri che riescono a “vendersi meglio”, pur avendo meno risorse.  Ne è un esempio l’abolizione in Sicilia (sempre per motivi di spesa) delle Aziende provinciali del turismo, che ha lasciato un vuoto di promozione inqualificabile. Un taglio schizofrenico, dato che poi le 9 Apt eliminate sono state sostituite da ben 22 distretti turistici.

Per non parlare della miopia di fronte ai nuovi media e ai social network, che hanno cambiato radicalmente il mondo dell’informazione e richiedono un adeguamento serio di mezzi e competenze, che si scontra drammaticamente con l’età fin troppo elevata dei nostri dipendenti pubblici.

Oltre ad aver sminuito la portata della comunicazione istituzione, la classe politica è caduta in un equivoco tutto italiano: confonderla con la comunicazione politica per finalità di consenso. I tweet di Renzi e le estemporanee conferenze stampa del presidente della Regione siciliana Crocetta sono espressione di questo pericoloso e fuorviante desiderio di identificare se stessi con le istituzioni che rappresentano, utilizzando a proprio favore la visibilità fornita dall’ente. Un comportamento non tanto diverso, a pensarci bene, dalle “veline” di marca fascista.

Così si spiegano anche i conflitti laceranti fra figure professionali come il capoufficio stampa e il portavoce: fra loro, di solito, solo il secondo è diretta emanazione del politico di turno.

A peggiorare la situazione contribuisce la scarsa qualità dei nostri rappresentanti istituzionali. Secondo Papini, “tra i risvolti negativi di Tangentopoli c’è la creazione di nuova classe dirigente che manca di percorso formativo adeguato e di una rigida selezione effettuata dai partiti politici, come accadeva un tempo”.

Alla domanda finale del segretario Assostampa su “come dovrebbe essere la comunicazione ideale della pubblica amministrazione?”, Papini risponde in modo semplice e lineare: “Dovrebbe saper comunicare trasparenza e costruire l’accessibilità dei cittadini ai servizi della Pubblica amministrazione. Decodificare l’interesse del cittadino e metterlo in relazione con la politica, facendo parlare due mondi troppo distanti.  La società civile chiede più informazione, più chiarezza, più informatizzazione. Peccato che la politica non l’abbia ancora capito”.

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