Marco Iacona –

 

Conferenza stampa di Confcommercio, ieri 19 marzo presso la sede catanese di via Mandrà. A farsi sentire è soprattutto il presidente regionale Pietro Agen che ha voglia di parlare soprattutto dopo i recenti fatti di Palermo che hanno coinvolto il presidente della camera di commercio Roberto Helg. E dopo chiacchiere e polemiche che ne sono seguite.

“Quello dell’antiracket non è un mestiere”. Non è professionismo. Proprio per questo tra quindici giorni, forse anche meno, i bilanci delle nostre imprese saranno disponibili sul nostro sito.

Questione a dir poco essenziale secondo il sistema antiracket di Confcommercio imprese per l’Italia di Catania. Agen è più che deciso. I fondi devono essere utilizzati in modo chiaro. Le nostre imprese non devono fare politica. E il mondo dell’antiracket non deve essere porta d’ingresso per qualcos’altro. Di nomi Agen non ne fa molti, ma tra i nominati c’è Tano Grasso. “Il dramma” dell’antiracket nasce con lui. Con quelli che hanno fatto carriera in politica. Per poi inventarsi altri mestieri. Oggi poi, si fa un convegno al giorno per giustificare l’esistenza delle varie associazioni. Insomma antiracket di facciata o per puro protagonissmo.

Oggi esistono i professionisti dell’antiusura, allo stesso modo dei professionisti dell’antimafia di cui parlava Leonardo Sciascia. Chi fa antiracket non è eroe ma un uomo normale che denuncia un’illegalità. Come tale deve essere il primo a chiedere trasparenza per sé e per gli altri. E chi non rispetta le regole, dice Agen, per me è fuori dal gioco. Che altro dire?

Poi è il turno di Claudio Risicale, coordinatore delle associazioni antiracket e presidente dell’associazione “Rocco Chinnici”. L’antiracket è oggi quasi esclusivamente trampolino per una onorevole carriera. Questo andazzo deve finire! “il puzzo di compromesso morale è troppo forte!”. Basta con richieste di danaro senza rendicontazione. Basta con richieste eccessive. I soldi lo stato li dia alle forze dell’ordine. E lo stato garantista la certezza della pena.

Bisogna modificare il codice civile, riprende Agen, “è assurdo che chi denuncia il pizzo rischia la chiusura del conto corrente”. I beni sequestrati dalla mafia devono essere utilizzati come fondi di garanzia. E si tratta di ben 16 milioni di euro che marciscono. Al contrario, lo stato spende milioni di euro per mantenere gli immobili. E questo è assurdo.

Noi, conclude Agen, diciamo da anni sempre le stesse cose. Il caso Helg è un sonoro campanello d’allarme. Ai nostri vertici le cose vanno male. Ci sono associazioni antiracket che sono sul libro della prefettura ma di fatto non operano sul campo. È essenziale dunque:

1.non richiedere soldi a valanga, ma destinare finanziamenti alle forze dell’ordine.

2.indirizzare le spese verso finalità importanti come per es la costituzione di parte civile durante i processi. Evitando così ulteriori speculazioni.

3.rendicontare le spese per evitare che ci sia chi con le associazioni antiusura si crei perfino un lavoro.

Le parole non mancano. Adesso è bene si passi ai fatti.

 

 

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