Il business legato all’agricoltura illegale in Italia ha superato, nello scorso anno,  i 16 miliardi di euro.

In tutto il territorio nazionale sarebbero circa 26 mila i terreni nelle mani di soggetti condannati a vario titolo per reati di stampo mafioso che sono ancora in mano alla criminalità perché il processo di sequestro, confisca e destinazione dei beni di provenienza mafiosa si presenta lungo e confuso.

“In Italia, verrebbero sprecati fra i 20 e i 25 miliardi per il mancato utilizzo dei beni confiscati a causa di inadempienze, procedure e cavilli burocratici” – spiega Carmelo Finocchiaro presidente nazionale Confedercontribuenti.

La DIA ha avviato un monitoraggio che ha portato a denunciare  molte irregolarità con moltissimi beni che risultano ancora occupati dai mafiosi stessi o da loro parenti o prestanome.

“I criminali rimangono negli  immobili – rimarca Finocchiaro – e godrebbero perfino del vantaggio di non dover pagare le tasse sul bene, poiché sequestrato. Questo non fa altro che alimentare  il riciclaggio del denaro, il lavoro nero, l’uso di marchi contraffatti a cui si aggiunge la piaga del caporalato”.

Il fenomeno dell’agromafia riguarda tutto il territorio nazionale anche se sarebbe più rimarcato nel sud Italia dove si registrano  tra l’altro numerosi “furti nelle campagne”.

“Chiediamo  ai ministri dell’Agricoltura Maurizio Martina e della Giustizia Andrea Orlando di intensificare i controlli su  tutta della filiera dal campo al consumatore finale di prodotti agricoli. Li sollecitiamo anche a  completare l’iter legislativo e applicativo delle norme sul caporalato e sulla confisca e successiva gestione dei beni appartenuti alla criminalità organizzata” – conclude Finocchiaro.

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