Capisco la polemica contro le scuole private, lucrose oasi per ricchi e/o asini, e lo Stato che le foraggia, abdicando ai suoi compiti. Ma siamo certi che l’istruzione sia compito suo? Dimentichiamo quale macchina penosa e tediosa, coercitiva e di scarsi ed effimeri effetti sia la scuola statale? Dico di tutta la scuola, fino all’università; ad eccezione, forse, delle materne, dove spontaneità, interazione e gioco inevitabilmente prevalgono. Dico di quella cinghia unidirezionale di trasmissione di nozioni polverizzate, inscatolate e immediatamente deperibili di cui, e magari con estro e passione, siamo agenti e portavoce. E mi piace invece fantasticare su libere aggregazioni didattiche, dialogiche, laboratoriali, ludiche e conviviali, in cui regalarsi a vicenda passioni e valori, senza gabbie di norme né segregazioni sedentarie. E naturalmente alla soppressione di quella grottesca menzogna che è il valore legale del titolo di studio.

«Saranno non più scuole, ma accademie popolari, in cui non vi sarà distinzione tra insegnanti e allievi, a cui la gente accederà liberamente per ricevere, se lo vuole, un’istruzione gratuita, in cui ognuno a turno metterà a frutto la propria competenza specifica per insegnare ai professori, i quali a loro volta si occuperanno di trasmettere quelle conoscenze che agli altri mancano». Parola di Bakunin: già, di quel temibile sovversivo…

Un esempio più recente di questa libera scuola d’istruzione superiore? La Institución Libre de Enseñanza fondata alla fine dell’Ottocento da docenti universitari licenziati dalla scuola di Stato spagnola, peraltro asservita alla Chiesa. Vi si formarono e/o vi insegnarono Unamuno, Ortega y Gasset, Machado, Lorca, Dalì, Buñuel…

A proposito dell'autore

Docente di italiano nell'Università di Catania

Antonio Di Grado è professore ordinario di letteratura italiana nella facoltà di lettere dell’università di Catania e direttore letterario della fondazione “Leonardo Sciascia” di Racalmuto. Ha dedicato le sue ricerche e le sue pubblicazioni al Quattrocento di Alberti e al Cinquecento di Gelli, al Seicento di Bartoli e al Settecento di Tempio, ma si è prevalentemente occupato dell’Ottocento della narrativa verista e del Novecento delle riviste e delle avanguardie, della narrativa tra le due guerre e infine di scrittori come Brancati, Vittorini, Sciascia e numerosi altri. Da Leonardo Sciascia è stato nominato direttore scientifico della Fondazione intitolata allo scrittore dopo la sua scomparsa; negli anni Novanta è stato assessore alla cultura del Comune di Catania e presidente del Teatro Stabile della stessa città. Ha pubblicato diversi volumi di storia e critica letteraria: tra gli ultimi ci sono Quale in lui stesso alfine l’eternità lo muta”. Per Sciascia, dieci anni dopo (Sciascia, 1999), La lotta con l’angelo. Gli scrittori e le fedi (Liguori, 2002) e infine Giuda l'oscuro. Letteratura e tradimento (Claudiana, 2007). Inoltre ha curato l’edizione di opere di Leon Battista Alberti, di De Roberto, di Rosso di San Secondo, di Piero Jahier, di Giorgio Spini e di Brancati.

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