ROMA – Nello squarciare il velo che cela il sistema della corruzione nel nostro Paese, si arriva a scoprire spesso che essa nasce e prospera perché è tollerata dallo Stato ed è trasformata da lobbies finanziarie e politiche raffinatissime in “sistema endemico”. Le menti che siedono nei consigli di amministrazione, in Parlamento, nelle cabine di comando di molteplici istituzioni, sono al vertice di questa piramide di potere che ha tra i suoi gerarchi, politici, imprenditori e, non di rado, mafiosi. Se oggi la corruzione esiste, è perché lo Stato e le lobbies che governano il sistema economico, mantengono una situazione di prolungata ed esasperante tolleranza. Il seme della corruzione è all’interno del sistema politico ed economico ma, purtroppo, anche nella società civile. Per questo, la lotta alla corruzione senza l’uso di mezzi realmente efficaci, è inutile e addirittura “controproducente” giacché il sistema è concepito in modo che colpito un capo, viene automaticamente creato un altro, che avrà a disposizione un nuovo esercito. La prova del mio assunto sta nei fatti: dopo “Mani Pulite” i livelli di corruzione sono notevolmente aumentati e questo è sicuramente il sintomo di una mancanza di strumenti di lotta efficaci (intendo sia strumenti di prevenzione che di repressione). A ciò si aggiunga un ordinamento giuridico che inevitabilmente blocca chiunque intenda arrivare alle menti del sistema di corruzione italiano. La società civile “sana” e quella avvezza alla corruzione, sono così connesse da dipendere spesso l’una dall’altra. Possiamo lottare la corruzione e riuscire, tuttavia, solo a curare un effetto temporaneo, ma tantissime altre persone continueranno a corrompere ed essere corrotte e così ci s’illuderà di aver risolto un problema, mentre ne emergerà un altro ben più grande. Lo Stato potenzialmente ha tutti gli elementi per vincere questa lotta, ma se non riesce, è perché il suo sistema di contrasto è studiato in modo che chiunque cerchi di scardinare la piramide criminale, cade nel silenzio, a volte eterno. La corruzione è proprio come un cancro: silenzioso ma al tempo stesso letale. Ricordiamoci che siamo anche noi la corruzione perché chiunque di noi la pratica e la accetta, a volte, per semplice istinto di sopravvivenza. Si convive con la corruzione perché è nello Stato, ma non dimentichiamoci che siamo noi lo Stato. Allora come poterne venire fuori? Io trasporterei l’ideologia della lotta alle mafie nel campo della corruzione. Utilizzerei, ad esempio, il sistema del doppio binario: premiale e punitivo. Premierei il corruttore e punirei con il massimo della pena il corrotto (specie se funzionario pubblico o politico). Non c’è nulla di nuovo: è lo stesso sistema che Giovanni Falcone applicava ai mafiosi pentiti. Si deve avere il coraggio di “premiare” con la non punibilità (o con la punibilità affievolita al massimo) chi ha pagato una mazzetta. Qualsiasi politico o pubblico ufficiale corrotto deve temere di avere davanti a sé un potenziale delatore. Questo è uno dei sistemi che con alta probabilità disincentiverebbe il fenomeno. Il sistema è già stato collaudato ed ha funzionato piuttosto bene in materia di lotta al crimine organizzato e al terrorismo. Tentar non nuoce: basta volerlo!

Vincenzo Musacchio, direttore della Scuola di legalità “don Peppe Diana” di Roma e Molise

Foto da famigliacristiana.it

 

 


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