Qualche tempo fa avevo parlato di una crisi della cultura meridionale. Avevo evidenziato come la sua funzione nazionale fosse consistita nella capacità di fare opinione appunto perché radicata in un territorio e perché di esso faceva una metafora dell’intera storia nazionale. Erano i grandi protagonisti di essa che allora avevo in mente: i letterati, i critici, i filosofi, gli storici, che erano radicati nel Sud ma al tempo stesso in grado di dialogare con le punte più alte della cultura italiana ed europea.

Oggi, nella crisi generale dell’Italia, nel progressivo arretramento culturale verso un sempre più accentuato analfabetismo funzionale – l’incapacità non tanto di leggere ma di comprendere ciò che si legge (siamo ormai al primato europeo, con il 47% della popolazione) –, nel sempre più marcato plebeismo cognitivo che porta a sottovalutare conoscenza, formazione, educazione e chi di essi è portatore, la crisi della cultura meridionale smette di essere una prerogativa solo regionale per diventare tout court crisi del ceto colto diffuso sul territorio nazionale e nelle sue nicchie sociali (non più solo dei grandi protagonisti, ma di professionisti, insegnanti, operatori nei servizi dotati di alta professionalità e così via).

Questa crisi assume un aspetto particolare perché risente della progressiva riduzione degli spazi pubblici di dibattito e della sempre più accentuata tendenza mimetica degli intellettuali. Con la restrizione delle possibilità di autonomia della società civile – sempre più ingabbiata dalle convenienze corporative che le impediscono di esprimere una autentica e indipendente creatività sociale – gli intellettuali si ritrovano sempre meno disponibili alla rappresentanza di interessi generali, alla espressione di una autonoma visione critica, alla esposizione pubblica dei propri punti di vista e della propria persona.

Prevale invece uno “stare a vedere”, un esercizio della nobile e antica arte dello “annusare l’aria che tira”, mentre nel contempo ci si esercita in una politica di piccolo cabotaggio, fatta di ammiccamenti e piccole complicità con coloro che occupano pro tempore il potere politico od economico, ma senza compromettersi troppo in modo da essere pronti a correre in soccorso del prossimo vincitore. Disponibili a partecipare alle varie kermesse organizzate dai politici, a presenziarne manifestazioni, a presentarne libri e iniziative, a sedere nelle tavole rotonde da loro organizzate, questi intellettuali esprimono una morbida e vellutata critica, giusto quel tocco indispensabile per farsi ritenere “creativi” e non del tutto omologati, ma in sostanza avallando e sostenendo gli assetti di potere esistenti, nella speranza che da essi possano trarne un vantaggio, una prebenda, una consulenza, un finanziamento per qualche “nobile causa”. La recente vittoria elettorale di Renzi ha avuto almeno il vantaggio di togliere dall’angoscia dell’incertezza il “fiutatore d’aria”: ora la corsa ha una sua precisa direzione, una sua palmare evidenza, una sua indiscussa plausibilità. Si tratta solo di riuscire a battere l’agguerrita concorrenza.

È così finita per diventare nazionale quella eterna “cultura meridionale” prevalentemente dedita a vellicare il proprio ombelico, a frequentare i salotti ed esercitarsi in dotti conversari infiorettati di brillanti ossimori, di “scandalosi” paradossi. Solo verbali, però, incapaci non dico di tradursi in azione, ma neanche in scritti, sconsigliabili in quanto testimoni di rischiosi luccichii di riottosità, di eventuali possibili “defezioni”. Il meridione è per questo aspetto all’avanguardia: la sua intellettualità, convinta di essere in grado di gestire le proprie posizioni di rendita cercando facili complicità, non solo ha perso di vista quello che prima le era chiaro – ovvero la sua vocazione nazionale, la capacità di parlare in nome proprio, però rappresentando l’intera comunità italiana – ma ha persino reciso ogni contatto con la realtà in cui vive, sulla quale non è capace né di riflettere né, quando e se è in grado di farlo, di esprimere pubblicamente questa riflessione. Finisce così per essere di fatto complice di chi ha sinora contribuito al degrado civile, politico e morale di un meridione, ovvero di una classe politica che si è arresa al fascino di un populismo demagogico e amorale, plebeo e incolto: a moltiplicarsi sono le sagre dei carciofi e dei fichidindia, dove rubizzi e ridanciani politici locali gettano le basi del proprio consenso e proni intellettuali fanno, come diceva Domenico Tempio, quello che da secoli riesce loro meglio: “mangiunu e calanu la testa”.

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