Marco Iacona –

 

Crocetta è l’ultima persona che ti verrebbe in mente come comandante di una “rivoluzione” tutta siciliana. Rivoluzione vera, naturalmente. Non che non ne abbia le intenzioni (la buona fede è salva), ma è che – poveretto – lui appartiene alla “genia” dei siciliani che parlano così tanto da sfinire gli interlocutori. Alla fine che rimane?

Un bravo ragioniere come quelli di una volta, con carta, matita e notes. Un ragioniere sarebbe l’ideale come presidente della regione (ricordate Giannini il negletto?); che te ne fai di una specie di filosofo che s’affaccia dal balcone e invita i conterranei a “sognare” una Sicilia bella e onesta? Si sa che fine fanno i “predicatori”, anzi i predic-attori. Così, detta in due parole, la rivoluzione crocettina appare per quello che è una storiella senza fine, perché in realtà la fine non era stata prevista.

Lunedì mattina c’ha provato perfino Giacomo Pignataro, rettore dell’Ateneo catanese, a farlo parlare di cose concrete. Ma lui, Rosario, si è autoaccusato di essere impreparato con ingenuità tutta sicula, quindi ha attaccato coi soliti discorsi sull’origine dell’universo. È più forte di lui. La sua immagine pubblica è questa. Senso pratico insufficiente, le risposte ai problemi concreti gliele devi tirare fuori con la tenaglia. Che a volte non basta.

Con ordine. Crocetta arriva puntualissimo a piazza Università per una riunione che ha per tema “la risposta della politica ai bisogni sociali tra riforme e rivoluzioni”. L’argomento non potrebbe essere più vago, e Crocetta prende tutti sul serio. Solo che prima di affrontare le scale che portano al primo piano si ferma a parlare dell’emergenza immigrazione e della nuova strage nel Canale di Sicilia. Un diluvio di parole, ma ha anche le sue ragioni, intendiamoci.

«Mare Nostrum era un intervento efficace, fatto dalla marina italiana con sensibilità italiane. Triton invece è una iniziativa burocratica fatta con logica burocratica europea». Semplicemente pazzesco: «pensare che il più grande esodo della storia dell’umanità possa essere affrontato con qualche nave che sta lì a sorvegliare è ridicolo e in considerazione degli eventi esplosivi, come le rivoluzioni arabe». Il tema è, Crocetta lo ripete più volte: come intervenire nel mediterraneo? «Mentre l’Europa parla noi qui viviamo gli eventi sulla nostra pelle». Il problema, considerando anche le frange integraliste è affrontare la questione a livello locale: Egitto, Libia, sono qui «i focolai di una situazione incandescente».

Ma c’è un secondo elemento fondamentale, continua il presidente, «se vogliamo dare asilo alle persone che ne hanno diritto, c’è un codice internazionale per i rifugiati da rispettare». Bisogna dare nuove possibilità «attraverso flussi controllati e condivisi in modo proporzionale alla disponibilità dei paesi. La Germania non può avere lo stesso ruolo che hanno Grecia, Spagna e Italia». Insomma, per aver diritto di asilo non si deve affrontare il mare con i rischi che ne conseguono, ma si deve presentare richiesta in ambasciata. «solo allora tutto diventerà più facile, e a quel punto l’asilo lo avranno solo quelli che lo hanno richiesto legalmente». Sembra la soluzione migliore.

Quale il primo passo? Si potrebbe organizzare «un consiglio d’Europa» in Italia, anzi in Sicilia, per farla finita con le lacrime di coccodrillo. «Abbiamo bisogno di misure concrete ed efficaci, di aiuti». Il problema è nazionale ed europeo, conclude: sostegno ai comuni di frontiera danneggiati in termini di turismo, cui gravano le spese sociali. «I contributi a Lampedusa, Augusta e Porto Empedocle finora sono stati versati dalla regione Sicilia». Scontati i ringraziamenti ai siciliani eredi di una civiltà millenaria: sensibili ma allo stesso tempo indignati,.

Parte seconda, primo piano. Pignataro e Crocetta al di là del tavolo. Non potrebbero essere meno somiglianti. Per mentalità e oratoria. Dopo aver chiesto un minuto di silenzio per le recenti vittime dell’immigrazione, Pignataro sollecita «risposte sulle priorità e sui problemi da affrontare». Ce l’ha con Crocetta, ovviamente. Dal suo punto di vista, cioè da quello dell’Università, il problema è «la questione giovanile». La marginalizzazione dei giovani in vari ambiti, tra cui ovviamente lavoro e istruzione universitaria. Strumento che agevola la mobilità sociale: non è la prima volta che Pignataro lo ricorda.

In Italia, dal 2008 al 2013, c’è stata una riduzione degli iscritti dell’8%. In Sicilia la percentuale è quasi il doppio. Senza considerare il fenomeno del ritiro al quale fa seguito – quasi sempre – l’abbandono della regione.

Cosa si può fare per dare più opportunità? Ci sono fondi comunitari, continua il rettore, questi servono a creare condizioni di sviluppo per implementare o rafforzare nuove produzioni: quelle dei settori enologico e agroalimentare, biomedico e delle micro e nano-tecnologie. Allo stesso tempo i fondi devono offrire sostegno agli studenti e alle attività di dottorato.

Pochi minuti e la palla passa a Crocetta. In strada ha chiesto concretezza, come si fa però ad essere coerenti? «L’introduzione di Pignataro mi ha spiazzato» dice, i suoi sono fatti concreti e si può pensare di dedicare una riunione della giunta per questi problemi. Lui invece, per l’immediato, ha altri programmi. Parlare di cultura per esempio come «culto dell’inutile». Il sapere non è immediatamente utile, dice il primo tra i siciliani. E in una terra che l’utilità la cerca come l’oro nel Klondike sono parole grosse, in quanti le comprendono? Sicuramente non i giovani, che alla fine, per bocca di un senatore accademico, gli rimproverano scarsa concretezza e di non parlare dei tagli.

«Sono venuto a parlare di libertà» rilancia Crocetta, filosofo non laureato che non ha mai smesso di apprendere. Non è che la Sicilia non ne abbia di problemi (meno male), ma è tutto il mondo che va in pezzi. «Partirei dai settecento morti in mare e dalle contraddizioni per una crescita globale». Parla della Tunisia e dà lezione ai giornalisti su come si scrivono i nomi delle città, se la prende anche con chi non comprende la storia e i suoi messaggi, poi però s’impappina “parlando” di Luigi XIV, XVI e XVII (morto a dieci anni). Sono passati più di quindici minuti e la Sicilia non si vede manco col binocolo.

«Il rivoluzionario puro è qualcuno che cerca di costruire un processo» dice il novello Robespierre: i rivoluzionari non sono kamikaze, ma uomini che devono avere un progetto. Quale? Il pubblico abbastanza numeroso segue a stento, si percepiscono commenti ironici, nessuno era preparato a sorbirsi una lezione di “geofilosofia”. Ne ha pure per Renzi, il primo cittadino della Trinacria, «guai oggi a non essere renziani», eppure il premier qualcosa sta facendo, il suo è un progetto riformista da seguire con attenzione. Ma non pensate che il nuovo Senato «cambi il mondo». Insomma: il problema non è la singola questione ma il cambiamento della società, e il nostro paese ha un sistema di potere che non favorisce il progresso delle relazioni. Come si può pensare di sfidare i paesi che ci fanno concorrenza?

Introduzione sfiancante per dire che il problema della Sicilia non è un’autostrada interrotta ma il sottosviluppo nella sua generalità. Le ferrovie sono arretrate, la rete autostradale praticamente inesistente: duemilaseicento anni fa i greci pensarono una rete di collegamenti mai realizzata. Le spese sanitarie folli. «Il sistema è deviato: la spesa sanitaria nel 2012 era di duecentocinquanta milioni di euro in più rispetto alla media del paese». In tutto questo s’innesta la crisi mondiale, cosa avverrà se non riusciremo a interloquire con gli immigrati?

La Sicilia secondo Crocetta è in crescita. Il Pil migliora, le riforme vanno avanti: tagli sui costi delle province, consolidamento della rete ospedaliera e trasformazione del sistema della formazione. Ma il tema vero è «cominciare a creare uno spirito nuovo». Il problema è il sistema corrotto (settantacinquemilioni di euro di spesa per pannoloni solo a Palermo!), ci vuole dunque uno «slancio d’orgoglio». Il tema non è «se facciamo un’opera o un’altra» perché i contributi li diamo «noi». Dobbiamo dunque rivoluzionare la società nel profondo. Dobbiamo costruire un futuro «di libertà».

Più che sollevare l’uditorio lo deprime: “prova generale” della Lectio Magistralis che Massimo Cacciari terrà nel pomeriggio sull’opera di Manlio Sgalambro. In fondo, ma proprio in fondo, i rapporti con l’università. «Pretendo che l’università mi aiuti» per far decollare la Sicilia. Essa può essere elemento centrale. Abbiamo bisogno dell’esperienza, della cultura e del patrimonio dell’ateneo. Conclude velocemente: «io parteciperò a questi progetti da alunno», desideroso di imparare. Già, ma non abbiamo capito che cosa vorresti imparare, caro Rosario.

 

A proposito dell'autore

Giornalista e saggista

Marco Iacona, giornalista e saggista. Siciliano non per colpa sua. Autore di sei volumi dal colonialismo italiano all’éra pop passando per il Sessantotto. Il settimo è in arrivo. Conosce Trento, Trieste, Bologna, Milano, Bergamo, Asti, Roma, Firenze, Pisa, Genova e Venezia. Non è mai stato ad Amalfi. Preferisce i fumetti a Nietzsche e Nietzsche a Hegel. Studia la destra ma preferisce Woody Allen. Ama l’opera lirica, la Callas e Pasolini. Ha vissuto quarant’anni in Sicilia e quattro in Piemonte. Nel 2010 ha riattraversato lo Stretto non per nostalgia.

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