Marco Iacona –

La star della serata è lui. Anche se al primo piano del palazzo dei Chierici, a Catania, c’è il sindaco Bianco e con lui il rettore dell’Ateneo catanese Pignataro, poi anche il vicepresidente di Confindustria Lo Bello, e presidente e amministratore delegato della Sac (Gaetano Mancini e Salvatore Bonura), società di gestione dell’aeroporto di Catania che organizza l’incontro “Legalità, cultura, innovazione: risorse strategiche per lo sviluppo della Sicilia e per competere sui mercati globali” posto all’interno della rassegna “L’Isola che decolla”
9 gennaio, Rosario Crocetta ce la mette tutta per distinguersi e trasforma un dibattito sulla Sicilia tra legalità, sviluppo e innovazione in uno spot per il suo mandato di governatore. E in qualcos’altro ancora. Ad ascoltarlo un pubblico di vip. Dal prefetto al capo della procura catanese, dagli assessori comunali, ai parlamentari regionali (come Nello Musumeci) e nazionali fino ai segretari provinciali delle sigle sindacali. Le scommesse su una Sicilia ove cultura, economia e legalità procedono su strade parallele che sembrano non incontrasi mai sono enormi. La lucida analisi di Lo Bello, pone la Sicilia per ragioni demografiche e geografiche, nei prossimi vent’anni, nel cuore del nuovo asse internazionale. Che passa per l’India e per l’Africa e che per forza di cose coinvolgerà il Mediterraneo e la sua “capitale” naturale: la Sicilia.
E Crocetta? Pronti-via. La citazione iniziale di Wilhelm Reich non è molto chiara. Il presidente interviene partendo da lontano: bisogna cambiare le «sovrastrutture mentali», dice. Cambiare, cambiare, cambiare. Perfino la mafia ha cambiato il proprio volto entrando direttamente «in campo» nella politica. Tra un settore pubblico lento e parassitario e un privato mangia soldi, la differenze le fanno le imprese pronte a rinnovarsi.
L’intervento del governatore siciliano è lunghissimo, il pubblico rumoreggia perché stanco. Parla dei forestali e della Magna Grecia. Già proprio così. I primi sono stati “costretti” a lavorare, la seconda è modello – dopo “qualche” annetto – per il nuovo assetto della mobilità dell’Isola. Bisogna migliorare i collegamenti immettendo risorse nel sistema capaci poi alla fine del ciclo economico di creare profitti.
Il primo a parlare dopo la presentazione di Salvo Fallica è stato l’a.d. della Sac: il Veneto e il Trentino hanno rispettivamente 7 e 4 volte i turisti della nostra terra. Il tasso di «turisticità» è piuttosto scarso. Significa che qualcosa non funziona. Per Crocetta si tratta di quella sicilitudine il cui concetto sciasciano è altra questione poco chiara. Da Roma a Catania si spende più che per andare al Cairo e le imprese ne vengono fatalmente penalizzate. Ma in questo momento la Sicilia può solo limitare i danni, spendendo bene – come sta facendo, dice Crocetta – i fondi europei, e lanciando l’immagine di una regione come modello di tolleranza etnica e religiosa. L’ultimo pensiero del presidente va all’Occidente che paga oggi una politica estera dissennata.
Utili i dibattiti se le discussioni circoscrivono un confronto genuino senza paroloni. Enzo Bianco aveva detto ai nostri microfoni che oggi Catania è una grande città con un grande aeroporto. «La città in cui negli ultimi due anni, e in particolare in questo, l’aeroporto è cresciuto di più». Pignataro seguito da Lo Bello aveva cercato di proiettare nel futuro – trent’anni – i problemi della Sicilia risolvibili con risorse materiali ma anche sociali quali regole e legalità. Crocetta, rammentando anche gli omicidi di Parigi vuole andare oltre. Tra una mezza citazione e un inciso di 15 minuti, conclude con un singolare ed emotivo «chi agisce in nome di Dio combina casini».
Poteva trovare argomenti diversi, parole meno leggere per affrontare problemi che sfuggono al suo (e al nostro) controllo. Pensi a far quadrare i conti piuttosto e lasci perdere analisi siculo teologiche. Ai nostri microfoni si era definito «un ottimista della volontà, impietoso nell’analisi». Le scommesse più importanti sono le riforme della burocrazia, le questioni legate alle province, alle città metropolitane e al funzionamento del Welfare. In Sicilia si può morire di fame, altro che modello da imitare.
A chiudere Salvatore Bonura. La sala di palazzo dei Chierici si è quasi svuotata. Sono le 20 e 45 (l’inizio era per le 18). La Sac non è un’entità economica fine a se stessa dice, così come la legalità non è solo una questione etica ma riguarda tutti lavoratori e imprenditori. Non c’è sviluppo senza legalità. Non si capisce però chi voglia convincere, se vuol convincere qualcuno. Tutto abbastanza chiaro. Quello della legalità in Sicilia non è certo problema sconosciuto. Motivo dominante per la classe dirigente e i vertici delle istituzioni almeno da un quarto di secolo. Sarebbe bene fare un giro per le vie del centro e per le sconfinate periferie. Realisticamente, lì qualcuno da convincere è sempre facile trovarlo.

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