Da oltre un quarto di  secolo trascorreva le sue vacanze estive a Salina, nelle Isole Eolie. Si sobbarcava – è il caso di dirlo – a sette ore di viaggio in autostrada da Bologna a Napoli, e al doppio di traversata in mare. Più due ore di attesa dall’arrivo al porto all’agognato imbarco. Con una simile durata del viaggio avrebbe potuto raggiungere l’Australia, o le isole della Polinesia. Ma le Eolie sono patrimonio dell’umanità, così nonostante l’esperienza avversa accumulata negli anni a proposito del servizio di navi traghetto, persisteva nell’errore.

Per evitare i disagi dell’anno scorso aveva cambiato sistema di acquisto del biglietto. Allora si era fidato delle nuove tecnologie e aveva comprato il biglietto on line. La Compagnia delle Isole, che aveva rilevato la vecchia Siremar del gruppo Tirrenia, aveva introdotto quest’innovazione tecnologica. Comodo, si paga con carta di credito, arrivi all’imbarco ed è fatta. Viva le nuove tecnologie! Salvo scoprire, dopo aver stampato il biglietto, che non di biglietto si trattava, ma di un voucher che doveva essere convertito in biglietteria, che si trova a circa 3 chilometri dal molo d’imbarco, e nei cui pressi non è possibile parcheggiare l’auto. Così, se sei da solo devi lasciare l’auto in divieto di sosta e recarti allo sportello. Sempre per favorire il viaggiatore e rendergli più gradevole il percorso di avvicinamento alle isole, dei tre sportelli uno solo era funzionante, ed era impegnato da un signore che doveva traghettare in un sol colpo sette furgoni. Era croato e le incomprensioni linguistiche non agevolavano l’operazione, resa ancor più difficile dal fatto che il “sistema”, come viene chiamata la procedura informatica di prenotazione, non prevedeva l’ipotesi di una “bigliettazione” (altro orrendo termine) multipla. In mezz’ora si forma una coda di proporzioni fantozziane, le persone cominciano a protestare e qualcuno degli addetti agli sportelli Tirrenia, lì accanto, che erano assolutamente privi di lavoro, più volte sollecitati dai questuanti in coda, viene a dare una mano. Dopo svariati tentativi gli viene comunicato che il computer non riesce a dialogare con la stampante, e di conseguenza viene scritto a mano sul voucher che vale come biglietto: “non si preoccupi, con questo s’imbarca!” garantiscono in biglietteria.

Felice per essere stato il primo della lunga coda a risolvere il suo problema si recò velocemente all’imbarco. Lì, dopo circa mezz’ora d’attesa ebbe modo di constatare quanto fosse vera la prima legge non scritta della comunicazione: “se una persona non è informata di un fatto è molto difficile, se non impossibile, che ne sia a conoscenza”. Gli addetti della nave rispedivano in biglietteria i malcapitati con il voucher siglato a mano perché non avevano ricevuto alcuna comunicazione dalla biglietteria. Non valeva dichiarare che fosse tutto vero, che altri erano nelle stesse condizioni. Si obiettava che potesse essere una truffa, e comunque le regole sono regole e prevedono il biglietto. Così più di una dozzina di addetti a turno gli chiesero il biglietto e tutti gli dissero che doveva tornare in biglietteria, e alla richiesta di informare il comandante della nave risposero in maniera vaga. Solo quando una massa di circa 100 persone, tutte con lo stesso problema, premeva per imbarcarsi, si verificò il miracolo: si riuscì a sapere dalla biglietteria come stavano le cose e tutti si precipitarono dentro. La nave era già in ritardo, chiuse il portellone e partì, ma l’odissea non era ancora conclusa.

Occorreva ancora farsi assegnare il posto in cabina, ma l’organizzazione, già fragile e inconsistente di suo in condizioni normali, venne messa alla corda in quelle circostanze eccezionali. Infatti era stato comunicato ai passeggeri, per e-mail, che la nave era stata sostituita per motivi tecnici con un’altra. In realtà la Compagnia delle Isole ha poche navi, esattamente come le stesse della Siremar che ha acquisito. E’ il mercato all’italiana, bellezza! – commentò qualcuno. Quella utilizzata di solito sulla tratta Napoli-Milazzo e ritorno era stata dirottata sulla tratta per Lampedusa, e sostituita con una più piccola e senza cabine, ma con un limitato numero di compartimenti tipo treno con cuccette a sei posti. Si forma un altro serpentone allo sportello, aggravato dal fatto che appena usciti dal porto il mare in tempesta fa ondeggiare la nave e non c’è dove aggrapparsi tranne, per quelli un po’ più alti, al soffitto. Ancora una volta primo della coda il nostro sfortunato protagonista presenta il suo voucher, con nome, cognome e numero di cabina. Dietro lo sportello c‘erano tre addetti: il responsabile che verificava i documenti di imbarco sfogliando dei fogli stampati a computer con l’elenco dei passeggeri, un aiutante che consegnava la chiave, e un assistente che osservava il tutto. Dopo qualche minuto non si trova ancora il nominativo. Curioso di natura ma soprattutto sull’orlo di una crisi di nervi il nostro eroe si rende conto, mentre si sfogliano invano quei fogli, che l’elenco è in ordine progressivo per data di prenotazione, che è poco visibile sul voucher. Si permette di indicarlo allo sportello e viene dapprima invitato a farsi gli affaracci suoi, poi finalmente, trovata la chiave del mistero, vengono assegnati i posti. Con un ritardo di cinque ore arrivò l’indomani a destinazione.

Quest’anno no, aveva comprato il biglietto per telefono direttamente dall’agenzia di Salina, con addebito sulla carta di credito e l’agenzia l’avrebbe consegnato in nave, cosicché all’arrivo al porto di Napoli tutto sarebbe stato più semplice. E così avvenne. Dopo un’attesa di circa un’ora e mezza sotto il sole cocente (al porto di Napoli non vi sono zone d’ombra in omaggio alla nota canzone il cui titolo recita: “chistu è o paisi do sole”) si imbarcò e si recò a ritirare la chiave della cabina. La coda era lunga. Allo sportello tre addetti: il responsabile dei servizi a bordo, un signore anziano, dall’aspetto molto elegante, capelli brizzolati, taciturno, occhiali; l’aiutante addetto alla consegna delle chiavi, e un assistente. Nulla sembrava cambiato rispetto all’anno prima, se non il genere del terzo assistente. Una graziosa ragazza mora, con un bel sorriso ed occhi da cerbiatta. I tempi d’attesa erano lunghi, e il nostro si ricordò che per lungo tempo, prima di andare in pensione, aveva insegnato sociologia dell’organizzazione.

Con la presunzione tipica degli intellettuali fiduciosi nella ragione (e nella ragionevolezza) pensò che i tempi d’attesa sarebbero diminuiti, con conforto dei viaggiatori stremati dall’attesa, se invece che una vi fossero state due persone a consegnare le chiavi, una per le cabine pari e una per le cabine dispari. In fondo la stessa persona avrebbe potuto controllare dall’elenco e dare la chiave. Con due sole persone invece che tre si sarebbero dimezzati i tempi d’attesa. Giunto il suo turno consegnò il biglietto al responsabile servizi di cabina, il quale non mosse bocca né battè suo ciglio. Non disse “buonasera, benvenuto a bordo, grazie per aver scelto la nostra compagnia”, o qualcuna di quelle altre frasi melense che indispettiscono i viaggiatori abituati ai “welcome” delle compagnie di viaggio. Cercò se il numero di cabina corrispondeva e con il dito lo indicò all’addetto alla consegna della chiave. Il nostro viaggiatore approfittò di quei brevi attimi per avanzare il suo suggerimento e si sentì rispondere con tono gelido: “non ci faccia perdere tempo, non vede che stiamo lavorando?” Gli occhi della ragazza si illuminarono di un sorriso.

Si precipitò in cabina, fece una doccia per togliersi di dosso il sudore prodotto in abbondanza lungo l’arco della giornata e decise di affrontare la prova ristorante. Come dargli torto dopo ore e ore con piadina e prosciutto, pomodorini e prugnette? Sapeva che non avrebbe dovuto farlo, per le precedenti esperienze, ma forse per una sorta di masochismo si recò al self service. Lì, a parte i primi piatti di pasta annegati in besciamelle e passate di pomodori più liquide della società contemporanea di cui parla Baumann, i secondi erano tutti rigorosamente ottenuti da materie prime derivanti da quello stato di surgelazione che aveva reso celebre la ditta svizzera che aveva lanciato la produzione industriale del cibo conservato sotto freddo. Optò per dei polipi in umido, o meglio per una loro rappresentazione post-moderna. Caratterizzati da splendido rigor mortis e da colori sui quali sembrava essersi esercitato un esperto in Photoshop, galleggiavano in un brodo di colore giallo-arancio nel quale facevano bella mostra di se sparute parvenze di pomodori, peperoni e spoglie di cipolle. Li accompagnò con patate al forno. La ragazza dagli occhi di cerbiatta lo servì e, con un sorriso complice, forse ricordando l’episodio precedente, gli chiese se volesse ancora del brodo. Rispose di no, ma continuò a versarne dicendo che voleva favorirlo e che pensava non avesse udito. Andò in cerca di una bottiglia di minerale gasata, ma non ne trovò. Tornò dalla ragazza e le chiese se potesse averne una. Gli venne risposto che era esaurita. “Vede” – disse la ragazza sottovoce e con tono confidenziale – i clienti preferiscono la gasata, così quando si esaurisce, la compagnia mette a disposizione soltanto la naturale per evitare il rischio che vada a scadenza”, e sorrise ancora.

Alla cassa pagò, rigorosamente in contanti perché non c’è un pos, 20 euro. Non potè fare a meno di pensare che due mesi prima, a Bruxelles per un convegno, aveva cenato in un ristorante, consumando quattro portate di pesce e frutti di mare e un dessert di semifreddo alla cioccolata e crema, accompagnati da un ottimo vino bianco e pagando meno di 25 euro. Si sedette a mangiare ma nonostante l’atavico insegnamento della madre per la quale il cibo non si lascia nel piatto perché è un dono del Signore e si commette peccato ne lasciò metà. Utilizzò parte delle patate per togliersi il sapore. Andò in cabina ed ebbe chiaro allora perché l’Italia non riesce a sfruttare come dovrebbe, con il turismo, le sue bellezze artistiche e naturali.

Nota tecnica: La Compagnia delle Isole ha rilevato la Siremar a condizione che, a causa dell’elevato debito della Siremar, per sette anni dall’acquisto le fosse prorogata l’esclusiva dei collegamenti marittimi, nonché i contributi pubblici. Ancora 5 anni e mezzo, poi forse troveranno la loro Etihad del mare.

Disclaimer: nonostante il tono narrativo e la caratterizzazione romanzata dei personaggi, tutto ciò che viene raccontato è realmente accaduto.

A proposito dell'autore

Raimondo Catanzaro ha insegnato Sociologia e Sociologia economica nelle Università di Catania, Trento, Bologna. E' stato Honorary Lecturer nella Sheffield University (G.B.), segretario generale dell'Associazione italiana di Sociologia, consulente della Commissione parlamentare d’indagine sul terrorismo e la violenza politica, direttore dei Dipartimenti di Politica sociale e di Sociologia e ricerca sociale dell'Università di Trento, e presidente della Fondazione di ricerca Istituto Carlo Cattaneo di Bologna. Ha condotto studi e ricerche su disuguaglianza sociale, imprenditorialità nel Mezzogiorno, criminalità organizzata, terrorismo e violenza politica, capitale sociale, lavoro domestico dei migranti in Italia, amministrazioni e sistemi di governo locali. Molti suoi lavori sono stati pubblicati negli Stati Uniti, in Inghilterra, Germania, Francia e Spagna.

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