Katya Maugeri

ENNA – Si concluderà venerdì 1 luglio il Premio Nazionale di Letteratura Umoristica Umberto Domina, dalle ore 18, con la proclamazione dei vincitori nel Teatro comunale Garibaldi di Enna, organizzata dal locale Rotary Club presieduto dal prof. Dario Cardaci.
Condurrà il presidente della giuria Bruno Gambarotta, presenterà Gianni Nanfa e leggerà passi scelti delle opere vincitrici Elisa Di Dio. Concluderà la manifestazione lo spettacolo “Sembra facile” con Gianni Nanfa e Giuseppe Gianfrone. L’ingresso sarà libero sino ad esaurimento dei posti in teatro.
Si tratta dell’unico premio dedicato alla letteratura umoristica, – giunto alla sua quinta edizione – e si propone di divulgare l’antica tradizione umoristica italiana, valorizzandone non solo gli aspetti letterari, ma anche sociali, pedagogici.
A Carlo Barbieri, è stato assegnato il primo premio per la sezione inediti con la sua raccolta di racconti “”Babbiando babbiando”.

coverÈ la seconda volta che una sua opera viene premiata all’Umberto Domina: prima l’edito “Pilipintò-Racconti da bagno per Siciliani e non”, e adesso l’inedito “Babbiando babbiando”. La giuria vede in lei un continuatore del grande umorista?

«Mi farebbe piacere pensarlo, ma Umberto Domina è su un altro livello. Lui ha pubblicato una quindicina di libri, credo tutti umoristici, mentre io ne ho pubblicato solo sei di cui quattro gialli e due umoristici; lui ha pubblicato il suo primo libro, se non sbaglio “Contiene frutta secca” quando aveva una quarantina d’anni, mentre io ho cominciato a scrivere molto più tardi; lui  ha vinto per due volte la Palma d’Oro al salone internazionale dell’umorismo di Bordighiera, ha firmato numerosi programmi radiotelevisivi  collaborando con persone del calibro di Marcello Marchesi, Guido Clericetti e Ludovico Pellegrini».

Quindi niente in comune con Domina? 

«A voler guardare bene, qualcosa in comune c’è: per esempio la coincidenza di un passato da dirigente d’azienda, anche se non so se significhi qualcosa (mi aspetto un coro di “Sì che c’entra, perché tanti dirigenti d’azienda fanno proprio ridere”). Inoltre, e questo invece qualcosa può significare, abbiamo in comune l’avere passato gran parte della nostra vita fuori dalla Sicilia, mantenendovi però fortissimi legami: una circostanza che ha consentito a me, e penso anche a lui, una osservazione “binoculare” della nostra terra. In altre parole, siamo stati abbastanza coinvolti e “presenti” da riuscire a cogliere dettagli che vede solo il residente, ma anche abbastanza lontani da potere vedere l’insieme. Siamo stati allo stesso tempo pennellate, ma anche osservatori distaccati, dello stesso quadro.
Sempre a proposito di cose in comune, ce n’è una piccola piccola che mi fa sentire affettuosamente vicino a Domina: le innocenti prese in giro in cui papà e figlio erano complici. Per esempio, passando con il suo bambino davanti alla guardiola del portiere, lo scrittore gli rivolgeva un sorriso accompagnato da un “buona pera” che l’altro prendeva ovviamente per “buona sera”.  Anch’io, quando abitavo al Cairo con mia moglie e il mio Enrico, allora alle elementari, facevo qualcosa del genere: al ristorante attiravo l’attenzione del cameriere, gli sorridevo, gli facevo il gesto di scrivere qualcosa che in qualsiasi parte del mondo significa “il conto per favore”, e gli dicevo “Babbasone, me lo porti il conto?” oppure semplicemente “tonto”. A mio figlio veniva da ridere e gli luccicavano gli occhi per la monelleria del suo papà. Io mi godevo quegli occhi lucidi e quella faccia furbetta… e sono sicuro che Domina avrà fatto lo stesso».

Cos’ha di speciale un umorista? 

«Il mondo attorno a noi è pieno di comportamenti e situazioni umoristiche, basta saperle vedere. Avere, cioè, il senso dell’umorismo.  Faccio un esempio, e giuro che è vero.  Pochi giorni fa sono andato con mia moglie in un grande ospedale di Roma. Avevo un appuntamento con un medico in un certo reparto che non sapevo dove fosse. Mi sono rivolto all’impiegata dell’ufficio informazioni che, gentile e piena di buona volontà, mi ha detto “Guardi, è facile: prenda quel corridoio, lo percorra fino in fondo, poi giri a sinistra”. E con la mano mi ha indicato la destra.

Io le ho detto “Ma… a sinistra o a destra?”.

E lei, sempre puntando a destra: “A sinistra”.

“Ma sta indicando a destra”.

Si è guardata la mano e si è bloccata. “Dunque, aspetti… sì, come le dicevo, in fondo gira a sinistra” – e ha indicato di nuovo a destra.

“Signora, guardi che lei dice a sinistra ma indica a destra”.

Siamo andati avanti così per un minutino, mentre lei diventava sempre più rossa in viso, e alla fine si è scusata: “Sì, ha ragione… deve andare di qua (gesto a destra). È che io fra sinistra e destra mi confondo sempre”.   Abbiamo ringraziato e siamo andati via. Mia moglie continuava a ripetere allibita “Ma ti pare possibile che mettano una persona che non conosce la differenza fra sinistra e destra all’ufficio informazioni?” mentre io trattenevo le risate per pura decenza e ripetevo sottovoce “Meraviglioso, meraviglioso, una scena da film” e non vedevo l’ora di raccontarla. Ecco: io ho il senso dell’umorismo e ho colto la parte divertente dell’accaduto; mia moglie invece il senso dell’umorismo non ce l’ha – o meglio, come sostiene lei, l’ha perduto dopo tanti anni di matrimonio con me».

L’ironia può avere una valenza morale?

«Assolutamente sì. Per me è anzi una delle armi di correzione dei costumi più efficaci. Un latinista francese (scusate se non ricordo il nome, i curiosi possono cercarselo su google) coniò nel ‘600 la frase “castigat ridendo mores” (corregge i costumi ridendo): sapeva bene che la gente in genere, e i potenti in particolare, hanno più paura dell’ironia che degli attacchi diretti».

E l’autoironia?

«Quella è ancora più importante. Perché chi non si prende troppo sul serio non è un fondamentalista, e senza i fondamentalismi non ci sarebbero guerre né di religione, né di nazionalità, né di colore della pelle, né di genere. Se inventassero un vaccino in grado di renderci autoironici, bisognerebbe renderlo obbligatorio in tutto il mondo».

La risata è un veicolo di riflessione?

«Può esserlo, ma può anche non esserlo. I lettori sono un popolo indipendente e variegato. C’è chi ama l’ironia e chi no; chi riflette meglio sui… mali del mondo se vengono trattati in modo serio e “scientifico”, e chi è stimolato da un approccio che metta gli stessi mali alla berlina. Ma penso che molti lettori siano anche umorali: lo stesso lettore “Mario Rossi” può reagire diversamente a seconda del momento. Un giorno può avere voglia di riflettere su quello che c’è dietro l’ironia dello scrittore; un altro, arrivato al fine settimana ammazzato di lavoro e con l’unico desiderio di farsi due risate senza stare a pensare troppo, lascia che l’ironia lo diverta e basta. E ha pure ragione».

Oggi, con tutto quello che ci succede attorno, siamo ancora disposti alla risata spensierata?

«La risposta è contenuta, in parte, in quella precedente. Ridere è un bisogno. È una valvola di sfogo, una difesa dell’organismo, un esercizio che fa bene, che fa “buon sangue”. Una cosa che talvolta ci soccorre nei momenti difficili come la scossa di un defibrillatore. Che ci ricorda che siamo vivi e che qualsiasi disgrazia accada, vogliamo continuare ad esserlo. Alzi la mano chi non si è fatta una risata a un funerale.
Quindi la risposta è “Sì: nonostante tutto, siamo disposti alla risata spensierata, grazie a Dio. Anzi, per favore, fateci ridere di più”».

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A proposito dell'autore

Katya Maugeri

Determinata. Umorale. Contraddittoria. Parlare di me? Servirebbe un’altra me per farlo. Riesco ad analizzare, esaminare varie tematiche senza alcun timore, ma alla richiesta autoreferenziale, ecco la Maugeri impreparata! Caos. Ed è proprio in questo caos che trovo ciò che mi identifica, trovo stimolante tutto ciò che gli altri, per superficialità, ritengono marginale, amo trovare e curarne i dettagli. Credo che trattenere i pensieri e sentirli dibattere nella mia mente sia l’essenza della mia “devozione”. Amo scrivere, serve scriverlo?

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