Dedichiamo allo scrittore agrigentino un ricordo personale, nell’anniversario della scomparsa

di Mario Patanè

Il mio incontro con Leonardo Sciascia risale al mese di luglio del 1985, in occasione della prima edizione degli Incontri con il Cinema che avevo deciso di dedicargli. Mi ero messo in contatto con lui già nel mese di aprile, durante il Premio di poesia Francesco Guglielmino, assegnato quell’anno a Ignazio Buttitta e Giuseppe Bonaviri.

Pur essendo a conoscenza del precario stato della sua salute, ritenni fosse giusto andarlo a trovare per informarlo e invitarlo, nella speranza che potesse partecipare.

Mi recai a Racalmuto e, fattami indicare la strada per arrivare alla contrada Noce, dove lui abitava in quel periodo, lo andai a trovare.

Mentre la nostra auto percorreva la stradina che portava direttamente a casa sua, vidi aprirsi la porta d’ingresso e lo vidi apparire sull’uscio, avendo sentito, evidentemente, il rombo del motore.

Mi feci riconoscere, gli comunicai i nomi dei partecipanti al convegno a lui dedicato, rinnovandogli l’invito. Ho ancora nelle orecchie il suono delle sue parole: “La ringrazio, ma sto male e, come le ho fatto sapere, non posso venire da voi. Ma mi farebbe piacere avere una copia degli atti del convegno”.

Gli promisi che lo avrei fatto e lui, dopo averci salutato, rimase sull’uscio, da perfetto padrone di casa, fino a quando ci allontanammo.

Non ebbi la possibilità di mantenere la promessa, per colpa di uno dei miei compagni di viaggio, ma non ritengo sia il caso di spiegarne il motivo.

Qualche anno dopo, nel 1992, nell’Area archeologica di Santa Venera al Pozzo, dedicai ancora a Sciascia gli Incontri, a pochi giorni dalla strage di via D’Amelio.

Era il 27 luglio e, alla presenza della moglie Maria e della figlia Annamaria, si tenne un convegno memorabile, al quale parteciparono, tra gli altri, Gesualdo Bufalino, Piero Guccione, Claude Ambroise, Vincenzo Cerami, Michel Ciment, Jean A. Gili…

Termino, riportando qui la parte finale dell’intervento di Bufalino:

“… Sciascia avreb­be convenuto con me che non si può parlare della Sici­lia florida delle lettere e delle arti senza levare il pensiero alla Sicilia malata del tritolo e della lupara. Malata d’un male che è mio, vostro, di tutti, siciliani e non, e di cui dobbiamo guarire insieme. Tutti e non noi da soli, co­me sostiene taluno che vorrebbe amputarci dalla peni­sola come un piede lebbroso (si riferiva a Miglio, l’ideologo della Lega). Chissà cosa avrebbe detto Sciascia in proposito. Forse avrebbe osservato a fior di labbra che in quella proposta farneticante c’era tuttavia, se mai si dovesse attuare, un briciolo di consolazione e che la prospettiva di non essere più connazionali di talun leghista fanatico non ci avrebbe resi infelici.

… E a me vengono sulle labbra le parole che lessi una volta d’un poeta inglese, Dylan Thomas e che mi commossero più della solita sol­fa sull’ottimismo della volontà. Parole che sono un im­perativo e come un imperativo io le rivolgo a voi tutti e a me per primo: «Non attendere passivamente l’arri­vo della notte. Combatti contro l’agonia della luce!».

Ecco, questo io penso sia oggi il nostro dovere, nel buio di catacomba che ci circonda: accendere ciascuno un cerino e farlo ardere nel pugno più che possiamo. A costo di bruciarci le dita.

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