Katya Maugeri

Se è vero che le parole creano mondi, quelle ricercate e scelte per descrivere, raccontare qualcosa a noi molto caro creano certamente delle forti emozioni. Quelle capaci di prendere forma e dare luogo a delle riflessioni pronte a colmare lacune, approfondire ragionamenti e a volte, accade, capaci di emozionare proprio per il pathos e l’intensità con la quale viene affrontato l’argomento. Su Leonardo Sciascia si è scritto davvero moltissimo, ammirato, studiato da diverse prospettive, cercando di estrapolare pensieri più contorti, nell’intento di chiarire concetti troppo spesso fraintesi o semplicemente e volutamente lasciati nel limbo delle incomprensioni, ma scrivere di Sciascia non è solo conoscerne il pensiero, le malinconie e comprenderne le contraddizioni, è diventare un tutt’uno con quel modo superbo di amare la propria solitudine considerandola un punto di forza, varcando la soglia dell’essenza del suo pensiero e raccontarlo, con pudore, rispetto e immensa passione. 01castelli_
E Rosario Castelli, docente di Letteratura italiana e Cinema all’Università degli Studi di Catania, riesce magistralmente in questo arduo compito, nel suo nuovo lavoro «Contraddisse e si contraddisse». Le solitudini di Leonardo Sciascia edito da Franco Cesati Editore  nel quale il lettore riesce a toccare nel profondo quel concetto di solitudine che a tratti diventa condizione in cui è facile trasformarsi in vittima, fragili e facili bersagli emotivi, “una solitudine passiva che può essere una forma di ripiegamento in sé stessi (di tipo pessimistico o narcisistico) e che è spesso autodistruttiva. C’è poi quella che Sciascia riconduce al «fatalismo individualista» dell’anima araba del siciliano, all’idea intimamente connaturata alla sua natura, e profondamente pirandelliana, che «per essere completamente se stessi, bisogna esser soli, che la solitudine e il luogo di “ritrovamento” di sé e che per meritarsi di essere creature, bisogna svignarsela alla volta della solitudine, bisogna essere un uomo solo, come dice Pirandello in Uno, nessuno e centomila». Ma non c’è una verità del mondo che dia da sola la certezza di averla raggiunta, ci sono invece tante verità che debbono convivere e che sono il dramma dell’uomo perché lo condannano alla solitudine del pensiero e all’esercizio continuo ed estenuante della ragione. Di quest’ultimo tipo mi pare che fossero le solitudini attive di uomini come Sciascia o Pasolini. Nella loro ricerca entrambi scontarono, in modo ovviamente molto diverso, il loro destino di essere uomini soli, isolati per le scomode prese di posizione che sapevano assumere. Uno scotto necessario, un prezzo che si dev’essere sempre pronti a pagare, diceva Sciascia, come fu per i suoi più alti modelli d’impegno: il cattolico Georges Bernanos che scrisse contro il franchismo e l’André Gide di Ritorno all’URSS che anticipava di vent’anni quello che avrebbe detto Kruscev. Isolati, ma in un isolamento che, pur pesante, poteva riuscire persino redentorio e che gli faceva dire: «Ecco, a momenti io mi sento preso da questa specie di allegria. Sono criticato da destra e da sinistra. Segno che non servo né la destra né la sinistra» – dichiara l’autore durante il nostro incontro –.
Un testo in cui si ritrovano approfondimenti ai quali ognuno di noi dovrebbe approcciarsi, il caso “dei professionisti dell’antimafia”- per esempio – poiché Sciascia diffidava “dell’antimafia come sovrastruttura sociale, dei suoi usi ed abusi di retorica”, e al quale il professore Castelli dedica una ricostruzione organica e razionale del dibattito. Un libro che non racconta solo il pensiero sciasciano, ma scava nel profondo all’interno di un’essenza che inevitabilmente lo conduce a dei parallelismi accattivanti con altri autori – reali e non – in una ricerca che va ben oltre le informazioni mordi e fuggi che in molti hanno ostentato parlando di Sciascia.

Un eretico, lontano dalle idee di massa, “solo” e felice di esserlo, tanto che avrebbe voluto sulla propria lapide la frase: «contraddisse e si contraddisse», la contraddizione “funziona come elemento di saldatura necessario e rigoroso con il mondo”, appunto.

In molti condannarono il “pessimismo” sciasciano confondendo il suo chiaro allarmismo con l’omertà di chi non ama interessarsi alla propria Terra. Una omertà presente, tuttora in coloro che non hanno creduto alle sue parole, “Il pessimismo sciasciano, da alcuni non compreso e per questo condannato, non era certo il tentativo del letterato siciliano vigliacco e reticente, esponente di una tradizione omertosa e connivente, di avallare le violenze e i soprusi di una mafia sempre più addentrata nei meandri di una politica corrotta e corruttrice, ma piuttosto il grido d’allarme lanciato a tutta la società italiana da una delle più vigili e illuminate coscienze del secolo scorso. Gli attacchi che subì negli ultimi anni, quelli della famosa polemica sui “professionisti dell’antimafia”, mostravano tutti i segni di un’intollerabile inciviltà del dibattito politico-ideologico. La sua religione del Diritto e della Giustizia non lo ha mai fatto assomigliare alle odierne marionette della commozione in favore di telecamera o ai figuranti dell’indignazione on demand, a caccia di simpatie da incassare per ipotetiche ribalte” afferma Castelli, una retorica che continua a persistere “ma il problema non è la retorica in sé che è concetto nobilissimo. Il problema è l’uso che se ne fa. La retorica è uno strumento della letteratura come della politica; Pasolini era un polemista che usava le grandi armi della retorica per smascherare le imposture; la cattiva politica è invece quella che usa la retorica per camuffare la propria ipocrisia. Spetta sempre all’uomo di pensiero, all’intellettuale, smascherarla, come fecero Sciascia e Pasolini e come fece prima di loro Zola che si può considerare il modello di intellettuale moderno a cui possono essere entrambi ricondotti. Ma in tempi in cui scarseggiano gli intellettuali – vuoi perché si è ridotta o svuotata la loro funzione, vuoi perché è lo statuto stesso della Letteratura a entrare in crisi – gli anticorpi che possano contrastare gli effetti di una retorica becera e disonesta finiscono con lo scarseggiare. E lì cominciano i rischi per una società”.

01sciasciaRosario Castelli riesce abilmente a far ammirare al proprio lettore ogni riflessione – ponderata, accuratamente approfondita – dal quel cannocchiale rovesciato, ed è inevitabile chiedersi cosa avrebbe oggi incuriosito Sciascia, me lo chiedo spesso. Segno che di una figura come la sua continuo a sentirmi orfano. Quando leggo sui giornali delle odierne tragedie come quelle dei profughi e dei migranti o quando m’interrogo sulle polemiche antieuropeiste o sul perenne trasformismo delle nostri classi dirigenti, mi viene spontanea la domanda “Chissà cosa ne avrebbe detto Sciascia?”. Ma non è facile rispondere, perché il pensiero di Sciascia era frutto di imprevedibili e illuminanti ragionamenti che trovavano nella letteratura un inesauribile serbatoio di verità. Credo che nessuno sia in grado di dire cosa avrebbero visto oggi uno Sciascia o un Pasolini, in virtù della loro unicità di pensiero. Sicché ciò che resta dell’eredità di entrambi è poco più della sensazione di un opaco e indefinito disagio, di fronte ad un «intero coerente quadro politico» in cui, come scrisse Pasolini, ancora «sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero» e rispetto al quale gli intellettuali di oggi, lungi dal saperne ristabilire la logica, sono ormai impotenti o, nella migliore delle ipotesi, inascoltati”, continua Castelli.

Sono pagine affascinanti che ripercorrono sfumature di un autore che ha anticipato i tempi con le sue reazioni, affermazioni eretiche e scomode, un uomo che anche dopo la sua morte continua a insegnare, a suggerire percorsi da intraprendere per abbandonare concetti acquisiti distrattamente, ci invita ad approfondire, ricercare le risposte senza accontentarsi delle facili definizioni.

Capitoli che spaziano e raccontano dei suoi personaggi, soli, incompresi, eterni, come la figura del “fesso”, “in Sciascia esiste una variante nobile del cretino, una declinazione positiva e innocente, non ancora corrotta dalla degradazione che via via acquisterà per finire con l’indicare un mascheramento della stupidità nelle forme della complicazione non necessaria, dell’arzigogolo di cui era metafora la composita fattura del berretto di Charles Bovary che Gustave Flaubert descrive in mezza pagina per concluderne che, in fin dei conti, somigliava alla faccia di un imbecille. La definitiva articolazione del «cretino», è più pericolosa perché contrappone l’oscurità alla solare evidenza del candore di personaggi come Giufà, maliziosa perché mimetizzata nella complicazione della presunta intelligenza, ideologicamente trasversale e quindi non facilmente riconoscibile, come quella connessa all’eterno fascismo italico. Il cretino odierno, ma si potrebbe dire perenne, è colui che per cecità intellettuale parteggia in modo fanatico per il proprio schieramento. Questa forma di fanatismo è una minaccia da cui chiunque dovrebbe sempre restare immune”

Scrivere di Sciascia concedendo al lettore anche una prospettiva poetica, malinconica, introspettiva, un percorso letterario che passa da Pirandello a Pasolini, sfiorando la follia, la ricerca di sé, il mistero. “Che cosa si prova a scomparire? E perché mai si dovrebbe averne voglia? E ancora: chi ci riesce davvero?” Sciascia sembra sapere. E sa come Pasolini sapeva. Perché è un intellettuale, uno che cerca «di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari […], che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero», un capitolo – quello dedicato alla poetica dell’assenza – che cattura il lettore per la capacità dell’autore, di descrivere le solitudini e il bisogno di estraniarsi da una realtà a tratti estranea alle proprie esigenze di molti personaggi letterari.

Sciascia definiva l’intellettuale «un professionista dell’intelligenza», in grado «di capire i fatti, di interpretarli», certamente il ruolo degli intellettuali, nella nostra società è cambiato, “dovremmo chiederci se siamo dinanzi alla liquidazione delle forme tradizionali della cultura intellettuale – e in tal caso, sarei propenso a sostenerlo –  o se assistiamo all’esaurimento della funzione intellettuale tout court – e non credo che sia così. Continuo a credere che la scuola e l’università siano sacche di resistenza di un pensiero forte e critico e non a caso sono storicamente le istituzioni più bersagliate da un accanimento riformistico che colpisce laddove si vuol sostituire al pensiero critico il consenso. L’intellettuale vive oggi una condizione da recluso in patria perché separato da quella funzione che ha tradizionalmente svolto e cioè quella di essere anche “legislatore” che, in nome di un sapere superiore, arbitra e sceglie tra opinioni diverse per la realizzazione di un miglior ordine sociale. Il nesso politica-cultura che ha caratterizzato la storia italiana postunitaria è stato negli ultimi decenni disintegrato. Da questo è dipeso il silenzio e il vuoto di quel pensiero critico ancora forte al tempo di Sciascia. In questo paesaggio culturale profondamente modificato è sempre più difficile purtroppo essere ascoltati”, conclude Rosario Castelli.

Un percorso letterario, quello fornito da Rosario Castelli, che rende il testo un vero manuale da seguire, dal quale attingere non solo importanti aneddoti, informazioni, chiarimenti, ma emozioni che legano inevitabilmente al personaggio di Leonardo Sciascia. Quelle che solo un uomo che ama scavare nelle viscere delle proprie passioni è in grado di donare.


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