Il ministro della Giustizia Orlando non è laureato, prima volta nell’età repubblicana: ha il diploma del liceo scientifico e come professione dichiara (nel sito della Camera): dirigente di partito; anche la ministra della Salute Lorenzin non è laureata, come pure il ministro per il lavoro Poletti, che è perito agrario.

E allora?, si dirà. Forse Benedetto Croce era laureato? Eppure era comunque un gran intellettuale, uno dei massimi nella storia d’Italia del secolo passato: ne avessimo ancora di tale statura! E poi, chi dice che un buon ministro – e in generale un buon politico – debba essere per forza laureato? Mica i passati governi inzeppati di tecnici hanno dato una buona prova! I politici, in effetti, danno l’indirizzo alla attività di governo; sono i tecnici, da loro chiamati a collaborare (e nello sceglierli bene deve risiedere la loro abilità) o esistenti nei ministeri a “confezionare” i provvedimenti, a rendere le decisioni assunte normativamente e istituzionalmente efficaci.

Eppure il buon senso suggerirebbe che in posti-chiave, che affrontano problemi assai complessi, si abbia almeno una certa conoscenza della materia. La laurea di certo non basta, è solo una prima sgrossatura, ma darebbe quella generale capacità di orientarsi, di capire la natura delle questioni, di avere il “fiuto” per rendersi conto della fattibilità o meno di certe decisioni, che potrebbero mancare a chi è del tutto estraneo al settore.

Ma non sta qui il problema, bensì nella generale percezione che si ha di fenomeni come questo. In passato un ministro della giustizia che non fosse laureato in giurisprudenza sarebbe stato, se non motivo di scandalo, almeno notato dall’opinione pubblica e oggetto di ironia dei mass media. Oggi, invece, ce ne accorgiamo solo per caso e semmai scrolliamo le spalle indifferenti. E questo a mio avviso vuol dire solo quanto poco ormai nella considerazione nazional-popolare venga valutata una laurea e di conseguenza quanto alta sia la disistima per la preparazione fornita nelle università.

Non solo per la narrativa corrente ci sono troppi laureati, ma quelli che abbiamo sono anche inutili: la preparazione ricevuta (a meno che non venga impartita in certi luoghi considerati “di eccellenza” o direttamente all’estero) è giudicata astratta, teorica, inadeguata, quando va bene; vengono formati sic et simpliciter degli ignoranti, nei casi peggiori, che nulla hanno appreso di utile per la società. E sullo sfondo di tale apprezzamento v’è una generale percezione di inutilità della cultura, di sua superfetazione per gli oziosi e i parassiti, che non entra a far parte del tessuto intellettuale e morale di ogni cittadino; questi deve essere fornito solo delle conoscenze fungibili e utili alla società, traducibili in attività economiche, in progresso scientifico-tecnico, in crescita del PIL, in innovazione e sviluppo. Tutto il resto può andare al macero.

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