Il tema della formazione professionale nell’ambito dei corsi universitari non è certamente nuovo e non sembra, neppure, di facile e rapida soluzione. Se n’è discusso di recente anche sulla stampa locale, con autorevoli interventi. Da parte mia, desidero dare un piccolo contributo per sottolineare la difficoltà, i precedenti e la complessità normativa del problema, senza dimenticare la necessità di stimolare una riflessione approfondita fra i Colleghi.

La normativa della ‘riforma Gentile’ del 1923/4 dava per scontato che la laurea fosse il risultato finale di un corso universitario, senza specificare quali fossero le caratteristiche dei corsi universitari. Il rinvio tacito era alla tradizione culturale e scientifica pluricentenaria ed era giustificato dalla rigorosa scelta di riferimento al passato classico dell’intero indirizzo culturale del tempo. Non può sfuggire, tuttavia, che già dentro quell’impalcatura e quella concezione si innestavano elementi di significativo cambiamento.

Qualche facoltà tradizionale si orientava a differenziare la propria offerta in ragione di novità politiche e culturali. Da Giurisprudenza promanava Scienze politiche per rispondere alle esigenze dettate dalla formazione di uno Stato che tendeva a differenziarsi dallo Stato liberale di diritto. Si profondeva un impegno particolare a sostenere la formazione superiore del ‘corpo docente’ fondamentale della scuola di quegli anni: si istituiva ‘Magistero’ per i maestri. Alle ‘facoltà’ tradizionali si cominciavano ad affiancare percorsi diversi per riferimento culturale, per obiettivi formativi, per rapporto con le esperienze professionali esterne. I percorsi di ‘Farmacia’, di ‘Economia’, di ‘Agraria’ e di ‘Ingegneria’ si legittimavano come formazione universitaria, anche se il loro rapporto con l’accademia tradizionale era ancora incerto. Istituti superiori non inseriti nelle università venivano abilitati a rilasciare ‘diplomi’, nelle università si formavano le ‘Scuole superiori’. Ancor più significativamente, ai percorsi di ‘laurea’ si affiancavano percorsi di minor durata e di più immediata spendibilità in ambito professionale: veniva istituita la categoria delle scuole dirette a fini speciali, che non avrebbe dato luogo a significative istituzioni (Scuola per statistico e attuario, alcune scuole per assistenti sociali di incerto regime). Ai percorsi formativi universitari conseguivano, con sempre maggior rilievo, i percorsi formativi per affiancamento degli Ordini professionali in pieno sviluppo dopo la fase istitutiva dei primi decenni del Novecento.

Alla metà degli anni Trenta, i nuovi percorsi formativi avevano già acquisito piena cittadinanza universitaria e venivano considerati ‘facoltà’ dal T.U. sull’istruzione superiore (R.D. 31 agosto 1933, n. 1592). Il sistema restò invariato fino alla fine degli anni Sessanta. Con la l. 910 del 1969 veniva liberalizzato l’accesso ai corsi universitari per gli studenti provenienti da tutti i percorsi scolastici. Era la rottura definitiva del paradigma gentiliano del primato della cultura classica, anche se l’incidenza sull’assetto universitario non fu immediato.

Bisogna aspettare la legge sull’autonomia universitaria (l. 341 del 1990) per vedere delineare un nuovo modello generale di formazione universitaria: “Il diploma universitario ha il fine di fornire agli studenti adeguata conoscenza di metodi e contenuti culturali e scientifici orientata al conseguimento del livello formativo richiesto da specifiche aree professionali. (…) Il corso di laurea ha il fine di fornire agli studenti adeguate conoscenze di metodi e contenuti culturali, scientifici e professionali di livello superiore”. Si definiva così una sorta di quadratura del cerchio: i percorsi formativi universitari erano tutti, contemporaneamente anche se in proporzione inversa, culturali e professionalizzanti. Era l’esito ineluttabile della metamorfosi di un sistema che era nato sulla limitazione della cultura alla classicità e si era trovato ad affrontare le sfide delle tecnologie.

Il confronto fra le due ispirazioni si protrae ancora nel tempo. Il diploma venne abolito e tutti i percorsi si chiamano ‘lauree’. Con il D.M. 509 del 1999 “il corso di laurea ha l’obiettivo di assicurare allo studente un’adeguata padronanza di metodi e contenuti scientifici generali, nonché l’acquisizione di specifiche conoscenze professionali”. Sembrerebbe la definitiva affermazione del carattere professionalizzante della laurea, ma il successivo d.m. 270 del 2004 si preoccupa di precisare: “il corso di laurea ha l’obiettivo di assicurare allo studente un’adeguata padronanza di metodi e contenuti scientifici generali, anche nel caso in cui sia orientato all’acquisizione di specifiche conoscenze professionali”. Apparentemente sono piccole sfumature, in realtà si tratta della registrazione di un dibattito complesso sui valori, sui contenuti, sulle metodologie dell’insegnamento e, soprattutto, sulla capacità di un Corpo Docente formatosi nella concezione ‘culturale’ dell’università di confrontarsi con le sfide della cultura tecnologica.

A riprova di quanto affermato e con la speranza di aprire un confronto con i Colleghi richiamo l’attenzione sulle difficoltà di applicazione di una norma che è rimasta invariata (come invariate sono rimaste le resistenze e le inadeguatezze di applicazione) in ambedue i decreti sugli ordinamenti didattici: Art. 10, c. 5, lett. d) che prevede che i Corsi siano necessariamente integrati con “attività formative, non previste dalle lettere precedenti, volte ad acquisire ulteriori conoscenze linguistiche, nonché abilità informatiche e telematiche, relazionali, o comunque utili per l’inserimento nel mondo del lavoro, nonché attività formative volte ad agevolare le scelte professionali, mediante la conoscenza diretta del settore lavorativo cui il titolo di studio può dare accesso, tra cui, in particolare, i tirocini formativi e di orientamento di cui al decreto 25 marzo 1998, n. 142, del Ministero del lavoro”. Non si deve sottovalutare, peraltro, il D.P.R. 7 agosto 2012, n. 137 Regolamento recante riforma degli ordinamenti professionali: “Il tirocinio può essere altresì svolto per i primi sei mesi, in presenza di specifica convenzione quadro tra il consiglio nazionale dell’ordine o collegio, il ministro dell’istruzione, università e ricerca, e il ministro vigilante, in concomitanza con l’ultimo anno del corso di studio per il conseguimento della laurea necessaria”.

Mi piacerebbe molto che gli Studenti, gli Ordini professionali, le Organizzazioni dei lavoratori e degli imprenditori esprimessero le loro opinioni sulle esperienze applicative della norma. L’Università continua nel suo difficile percorso di riflessione sul proprio ruolo in relazione alle trasformazioni della cultura e delle concezioni sociali del lavoro.

A proposito dell'autore

Ordinario di Diritto privato all'università di Catania

Giuseppe Vecchio (Giarre, 1952), è ordinario di Diritto privato, è stato Preside, Direttore di Dipartimento, responsabile del Centro Orientamento e Formazione dell' Università di Catania, Consigliere al Consiglio di Giustizia Amministrativa per la R S, Consigliere nazionale Cri. È Cavaliere di Gran Croce dell' Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Attualmente dedica la propria attività di ricerca ai 'diritti sociali'.

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