Secondo Manfredi Zammataro, coordinatore dell’ “Osservatorio per i Diritti del Malato”, in questi anni «la sanità, nonostante la buona volontà del personale sanitario, ha perso di vista la centralità del paziente ed è per questo che bisogna lavorare per reindirizzare il servizio a favore dei cittadini» (giornale online dei Siciliani). Per ottenere tutto ciò deve esserci  l’impegno degli  amministratori e  dei politici nel «sostenere le trasformazioni strutturali del sistema sanitario», e,  come  afferma l’Institute of Medicine, avere  «rispetto e attenzione ai bisogni, alle preferenze e ai valori del paziente».

Noi medici dobbiamo curare il malato, necessariamente con una visione olistica perché egli è unico nella complessità dei suoi sintomi, della sua ereditarietà, del suo contesto sociale; dobbiamo rivitalizzare il rapporto “medico-paziente” dove il medico non solo deve poter contare sulla compliance, sull’aderenza alle terapie, ma deve essere sicuro che, col suo aiuto, il paziente sia convinto di affrontare nel migliore dei modi il suo problema clinico. È importante che sia il professionista sanitario sia il paziente recuperino il senso della loro relazione, collaborino alla comprensione della malattia e comprendano che proprio la relazione ha in sé un potenziale terapeutico tale da influenzare il decorso della malattia.

C’è stata un’evoluzione nel concetto di fiducia tra curante e paziente. In passato il malato si affidava ciecamente all’attore principale della medicina, oggi si affida al suo medico curante a patto di conoscere. Però, affinchè la fiducia si attui, è necessaria l’informazione-comunicazione. Diceva  il dott. Francis Peabody (XIX sec.): «Una delle qualità essenziali del medico è l’interesse per l’uomo, in quanto il segreto della cura del paziente è averne cura». La diagnostica strumentale ha messo in soffitta la  metodologia e l’osservazione del malato. Si assiste alla parcellizzazione delle conoscenze che rende sfocata la figura del medico perché, come in uno scenario di Sherlock Holmes, la diagnosi è data da una ricostruzione dei diversi apparati e organi, fatta sempre dai così detti “specialisti”, anche del singolo capello. Il risultato è l’annichilimento  della personalità del medico che focalizza l’attenzione più sulla malattia che sul paziente e, non colloquiando quasi più  con il malato, lo riduce a oggetto di una cartella clinica. Per evitare che l’assistito si senta abbandonato bisogna attivarsi  affinchè sia  accompagnato all’interno di un percorso assistenziale condiviso con un team multiprofessionale che conosce la sua patologia! Tutto ciò determina un accesso regolato ai servizi specialistici (ci si va quando serve), un minor numero di ricoveri inappropriati, un ricorso agli esami sierologici e alla diagnostica strumentale solo se e quando è necessario.

Nel mio quotidiano noto che la maggior parte dei pazienti che si presentano nel mio studio ha problemi multipli, complessi e interagenti, fisici, psicologici e sociali, per cui è necessario evitare che siano visitati da molteplici specialisti laddove non sia realmente necessario. Nella gestione di questo delicatissimo rapporto è importante saper ascoltare, discernere ciò che il malato racconta e come lo racconta, tenendo presente il suo vissuto e comprendere ciò che egli porta con sé oltre la malattia; il medico deve saper mantenere un giusto equilibrio, deve saper comunicare (mostrarsi attento e spiegare al paziente – non in medichese – come procederà l’iter diagnostico, chiarendo il significato di esami, consulenze specialistiche, indagini strumentali, diagnosi e la conseguente terapia o la possibilità terapeutica, con tutti gli eventuali rischi che questa può comportare, senza promettere facili guarigioni).

In definitiva il compito del curante consiste nell’aiutare le persone ad aiutarsi, saper condurre il colloquio, essendo contemporaneamente capace di comunicare la propria empatia, quindi sapersi focalizzare sul mondo interiore dell’interlocutore per comprendere il suo punto di vista, senza assumerlo come proprio, ma mantenendo l’autocontrollo e senza dimenticare che malattia = dolore. L’effetto del soffrire svela la fragilità dei singoli, la loro irripetibile unicità, e nello stesso tempo la comune esposizione all’imponderabile. Noi che siamo i custodi della salute dei nostri pazienti, dobbiamo alleviare il loro disagio e renderlo il più tollerabile possibile. La cura deve essere non soltanto un dovere etico, ma anche l’esempio di una buona pratica clinica, poiché oggi sappiamo tutti che la sofferenza è una malattia nella malattia che interferisce con le attività della vita quotidiana e peggiora la qualità della vita con effetti negativi  sulla sfera psicologica, emotiva, relazionale. La malattia, e quindi il dolore, è una realtà che cambia e destabilizza il valore esistenziale della salute individuale; questa destabilizzazione crea il malato, che deve essere considerato non un portatore di patologia da curare  ma una persona da restituire a quella integrità psicologica resa inquieta dalla malattia stessa. Noi medici dobbiamo restituire all’uomo una ragione per reagire anche quando le sue condizioni sono curabili ma non guaribili.

Noi incontriamo l’uomo sofferente nel momento della sua fragilità e debolezza, della solitudine e della paura.  A volte, gli  può essere utile poter dare un nome al proprio disturbo, per squarciare il velo della inquietudine e dell’incertezza; in ogni caso ci chiede di renderlo cosciente del suo stato per cui empaticamente “stimoliamolo nella valorizzazione di se stesso. Ascoltiamolo!”

A proposito dell'autore

Medico e mesoterapista

Nato a Messina il 21-08-1948, dopo la maturità classica ha conseguito la laurea in Medicina e Chirurgia (anno accademico 1975-76)  presso  l’Università Degli Studi di Catania; iscritto all’Albo dei Medici della provincia di Catania col N° 5315. Dal  Giugno 1977 ad oggi è medico di Medicina Generale convenzionato. È iscritto alla Società Italiana di Mesoterapia, alla Federazione Italiana dei Medici di Medicina Generale (FIMMG) dove copre il ruolo di probiviro, alla Società Scientifica dei Medici di Medicina Generale (METIS), alla Società Italiana Medicina Generale (SIMG). Svolge attività didattica e tutoriale per i corsisti nel Corso triennale di Formazione Specifica in Medicina Generale. Medico valutatore ai sensi del D.M.445/2001 è abilitato alla valutazione dei neo laureati in Medicina e Chirurgia ai fini dell’abilitazione professionale e altresì, sempre per conto dell’Università degli studi di Catania, svolge attività didattica e tutoriale (tirocinio professionalizzante) nei confronti degli studenti della Facoltà di Medicina e Chirurgia.  

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