Non è una favola, di quelle grondanti magia, buoni sentimenti e tanta fortuna! È una storia vera, realissima, quella dei due gemellini del jazz, Giovanni e Matteo Cutello.

A Chiaramonte Gulfi, paese montano degli iblei, c’è una bella tradizione bandistica, che condisce altre belle tradizioni paesane: feste religiose, il carnevale, la gastronomia. E nella banda del paese i chiaramontani hanno modo di ascoltare, appena 7 anni, due fratellini che suonano uno il sassofono e l’altro la tromba.

In casa i bimbi hanno di che sentire: il papà Gaetano, che di professione fa l’architetto, ha una passione per il jazz e tanti bei dischi. Che sono lì, girano, girano e diffondono nelle stanze i loro suoni, i loro giri armonici, i timbri strumentali. Non deve passare molto tempo prima che il germe infetti anche loro: a 8 anni sono già in grado di fare i loro voli sui tracciati solistici di gente come Charlie Parker e Miles Davis.

Loro, oggi, di anni ne hanno 16. Ciò lascia agiatamente intuire cosa diavolo possa essere successo in un lasso di tempo così breve: incontri importanti, concorsi, trasferte significative. E tanto tanto metodo! Altro che favola…..

I primi significativi incontri sono con Carlo Cattano, che li prende come allievi; con Francesco Cafiso, che li fa salire sul palco del suo Vittoria Jazz Festival alla tremenda età di 10 anni; con Matthias Ruegg, della Vienna Art Orchestra, che li vuole nella capitale austriaca per un concerto in uno dei templi della musica; e poi ancora con Enrico Rava, che si accorge di loro mentre sta andando via a dormire e ritorna sui suoi passi per scoprire chi suona quella roba lì. E con Giovanni Mazzarino, che è folgorato dai due fanciulli e li porta alla Jazzy Record e in giro per i teatri e i club.

E i premi: il Vittoria Jazz Award, il Tony Scott Award, e quelli dedicati a Pippo Ardini, Enzo Randisi e Paolo Randazzo.

Li incontro a casa mia, con i loro splendidi genitori, e tocco con mano le cose intuite durante il concerto di pochi giorni prima al Quam di Scicli, dove avevano deliziato il pubblico in compagnia di Alberto Fidone, Andrea Beneventano e Marcello Arrabito.

Sono gemelli omozigoti. E si può pensare di chiuderla lì: l’intesa telepatica, l’assoluta compenetrazione reciproca, il respiro musicale comune. Ma sorprendono: uno, perché è divertente e istruttivo percepire le sottigliezze del loro essere diversi, musicalmente e personalmente (Giovanni, che suona il sax, è più ritmico, sanguigno, più bopper; Matteo, la tromba, è più melodico, riflessivo, più cooler); due, per la maturità musicale, che è poi metodologica e linguistica, del loro approccio.

Gli chiedo come hanno fatto a sviluppare così presto una capacità di costruzione improvvisativa dentro un linguaggio non facile come il jazz, come siano transitati tanto presto dal copiare i soli dei grandi ai loro soli, frizzanti, mobili, sorprendenti. Mi rispondono con giudiziosa semplicità: abbiamo un nostro schema, i nostri pattern. Che – io penso – in mano a un talento naturale come loro diventano patrimonio cui attingere e non gabbie sicure.

Gli faccio ascoltare Michael Brecker, uno dei loro beniamini, e vedo i loro occhi scintillare. Poi il Coltrane di Transition, una delle esperienze più insostenibili che possano capitare ad un ascoltatore: il loro attrezzatissimo cervello musicale attraversa la coltre spessa, densissima, degli sheets of sound coltraniani e va a piazzarsi sul puntello, sul sostegno della ritmica stellare. “ Questi cambiano continuamente le cose che fanno, non è mai lo stesso, sembra di ascoltare ritmiche diverse che si avvicendano….”.

E stiamo parlando di Mc Coy Tyner, di Jim Garrison e di Elvin Jones!

Completo l’immersione nel mondo dei due folletti del jazz con la domanda più sciocca che possa venirmi in mente: cosa pensavate di fare da grandi, quando avete cominciato a suonare? Indovinate qual è la risposta!

Giovanni e Matteo hanno già inciso il loro primo cd, Kick Off, dove si può già godere di unisoni geometrici e di intrecci armonici talmente evoluti che se provate a fare il gioco del chiudere gli occhi, non saprete più tanto facilmente associare quello che ascoltate alle loro facce.

You Tube è pieno di video in cui suonano. Ascoltateli, sul web, su cd, ai concerti. E poi ancora ascoltateli: è un ottimo modo per recuperare la nozione che non è il lavoro a rendere liberi. È la musica!

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