Expo di Milano, caso Scajola, ora scandalo bancario dell’UBI. Si dice che siamo di fronte a una nuova tangentopoli. Eppure la politica di fronte al caso Expò – come alle decine di altri casi simili – si rifugia nella stessa logica cui era ricorso Craxi quando era scoppiato il caso del Pio Albergo Trivulzio: allora erano pochi “mariuoli” ad inquinare un corpo altrimenti sano, oggi sono dei “delinquenti” o delle “mele marce”, che bisogna cacciar via affinché la normalità subentri alla patologia.

Ad essere del tutto messo in parentesi, ignorato, è il carattere sistemico di quanto sta accadendo, perché per un caso che si scopre ce ne sono tanti altri che – per una semplice considerazione statistica – rimangono ignoti, sottotraccia, senza riuscire a raggiungere il livello della procedura giudiziaria. Ciascuno di noi conosce casi e fatti avvenuti, che gli sono stati sussurrati alle orecchie o che sono del tutto evidenti a chi pratichi gli ambienti adatti, ma che rimangono al di sotto del grado di provabilità, di quel livello minimo di accertamento dei fatti che si può trasformare in denuncia. E poi a che pro denunciare quando ognuno sa bene che un comportamento di questo tipo lo escluderebbe dagli ambienti che contano? Diverrebbe inaffidabile per la politica e quindi pericoloso, da tenere ai margini, da non fargli arrivare alle orecchie circostanze scottanti.

E del resto quali motivazioni oggi spingono a “mettersi in politica”? Finiti i grandi ideali, scomparse le “grandi narrazioni”, abbattute le ideologie e innalzati peana allo spirito pragmatico, oggi chi “si mette in politica” (così come “ci si mette in affari”) ben raramente è motivato da qualche nobile motivazione, talmente corposa da reggerlo nella sfida cui viene quotidianamente sottoposto da un ambiente endemicamente corrotto: come resistere a favori, privilegi, sinecure, piccole mazzette (senza andare alle faccende grosse, per le quali ci voglio i “professionisti veri”) se non si è sorretti dalla fiducia in un “sol dell’avvenir” o da qualche altro imperativo etico cui tener fede?

La politica dei “professionisti” è la politica di chi ha fatto di essa una professione che, come ogni altra attività commerciale, deve generare profitti. Nel migliore dei casi questi sono prebende che derivano dai posti di sottogoverno: dirigenze, consigli di amministrazione, consulenze, presidenze di partecipate e via di questo passo. E nel peggiore dei casi, sono i “grandi affari”, come l’Expo. E si fa carriera in politica quando si riesce a entrare nel giro di questi ultimi, non certo quando si realizza qualcosa di utile alla società.

Renzi e i suoi boys, siano pur animati delle migliori intenzioni, hanno di fronte questo immane e ciclopico compito: trasformare e moralizzare la società italiana con l’aiuto e l’appoggio di coloro che l’hanno massacrata e fatta degenerare; con lo stesso personale politico e burocratico che sta all’origine del suo corrompimento, persino alleandosi e cercando aiuto in coloro che sono stati condannati per aver frodato quello stesso Stato per la cui “riforma” e moralizzazione  sono chiamati a cooperare.

Riusciranno i nostri eroi a far fronte a tanta smisurata impresa?

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