di Franco Liotta

Palermo –  Un libro, una storia e, per certi aspetti, una denuncia di situazioni troppo presenti nelle nostre città.

L’infanzia spesso segnata da un filo conduttore, difficile da spezzare o da ricondurre su vie diverse. Su queste premesse nasce “Malae Spinae” opera prima di Maria Letizia Balsamo e Daniele Catalano, due educatori in Istituti Penitenziari che, dopo tanti anni di professione, hanno donato al lettore un romanzo, spaccato di una verosimile realtà, dando dimostrazione di una innata talentuosa capacità narrativa.

Dal nostro incontro ne è uscita fuori una bella e profonda intervista a due voci.

La storia di Giacomo è quella di un giovane abitante di una Palermo troppo spesso spietata e ingabbiante, in cui la vita di certi soggetti è già scritta, impedendone, quasi sempre, una diversa. Ma è proprio questo il messaggio che “Male Spinae” vuol dare?

Daniele

Assolutamente no! Non sarebbe la verità e, per altro, comporterebbe l’ammissione del fallimento di tutte le politiche tese al reinserimento e alla lotta alla marginalizzazione sociale. Cosa che, per fortuna, non è ancora avvenuta.

Come tutte le grandi città, Palermo sa essere crudele e cruda. Ma come dice Giacomino questo libro “è la prova “approvata”, che pure nell’ultimo posto del mondo, basta che ci sono persone che ti danno fiducia, che si può sistemare tutto!” E non è un messaggio di speranza. È la pura verità.

Letizia

In effetti, nonostante il diffuso pessimismo e la diffidenza sempre maggiore nelle istituzioni si è voluto dare un messaggio di fiducia

Maria Letizia Balsamo

Maria Letizia Balsamo

a coloro i quali credono che nulla funzioni o che nessuno abbia più a cuore l’altro o non riesca a prendersene cura in modo adeguato.

E’ un messaggio che veicola speranza in chi si approccia ad un mondo dove vige la regola del più forte; un segnale a chi in questo settore vuole o si appresta a lavorarci a qualsiasi titolo.

E, da qualunque angolazione la si voglia guardare, si tratta di una storia che vuol restituire un senso d’umanità e di attenzione all’altro.

 

Giacomino e Federica sono i personaggi di Malae Spinae. L’uno è un ragazzo deviante di uno dei quartieri marginalizzati di Palermo, l’altra un’operatrice agguerrita della Giustizia Minorile.

Ma esistono davvero?

Letizia

Se la domanda è: “ci sono un Giacomo Mimosa o una Federica Denaro in carne ed ossa a Palermo o in una qualche altra città cui ci siamo ispirati?” La risposta è: no. Non esistono!

Anche se, in verità …

Daniele

In verità possiamo dire che Giacomino è la summa di tutti i ragazzi conosciuti dentro e, soprattutto, fuori le mura e Federica le centinaia di operatori e operatrici inglobate in un unico contenitore “vivente”.

Non esistono ma ci sono.

 

La figura di Federica quasi taumaturgica. Una donna che, pur non volendolo e, non essendo apparentemente tagliata per quel ruolo, finisce con il diventare una sorta di redentrice. Quasi il deus ex machina delle tragedie greche. Sebbene sottovoce e senza alcuna pretesa salvifica.

Letizia

Hai colto nel segno! Federica non è una Santa o una persona dotata di chissà quali poteri magici. Non impone le sue regole o dice al ragazzo quello che deve fare nella certezza che verrà ascoltata soltanto perché è lei.

E poi chi crederebbe che un simile personaggio esiste nella realtà?

Pur mantenendo l’asimmetria relazionale richiestale dal ruolo, Federica interagisce in maniera soggettiva con il ragazzo, lo orienta nella comprensione di sé e dei suoi bisogni. E lo fa in una cornice relazionale sfumata e flessibile dove l’operatrice si mette in gioco e dimostra di essere presente sia sul piano normativo che su quello affettivo.

Daniele

Diciamola tutta! Federica è una rompiscatole. Ma di quei rompiscatole che, se non ci fossero, ne sentiremmo davvero la mancanza.

Daniele Catalano

Daniele Catalano

Serenella Pesarin ex Dirigente della Giustizia Minorile, nella sua prefazione, la definisce come una di noi. Ma una di noi che, poco alla volta, finisce con l’essere anche una di loro. Nel corso di questa ibridazione manterrà i valori del mondo della cosiddetta gente normale riconoscendo la legittimità di quelli della sottocultura deviante.

Non è un deus ex machina ma, come la definisce Giacomino, un angelo. Non in senso biblico ma letterale.

 

Nonostante la “redenzione” del protagonista Giacomino, Malae Spinae è stata definita come una storia non “buonista”. Perché un simile giudizio e, poi, è veramente così cruda la realtà?

Letizia

La realtà che viviamo, specialmente nel nostro ambito professionale e nel sociale in generale, è spesso molto più cupa di quella tratteggiata nel romanzo e uno dei tentativi di quest’opera dovrebbe essere anche quello di diffondere la conoscenza di alcuni “mondi” che sono assolutamente sconosciuti ai più e recentemente ignorati dai rappresentati dell’universo politico.

Daniele

Rispetto alla definizione di opera “non buonista” aggiungerei di più. In verità si tratta di un romanzo “cattivo”, incazzato e crudo … lui si. Perché non abbiamo omesso alcune verità e, in particolare, quella più raggelante: che gli operatori, molto spesso, sono abbandonati a se stessi. Li accomuna ai ragazzi da “salvare” il fatto che, come se si trattasse di articoli della medesima specie, finiscono con l’essere “impacchettati” e spediti in un mondo/non mondo. Quello dove la gente per bene, non potrà vederli così da confrontarsi con il fallimento di questo particolare modello di sviluppo.

Paola Saraceni, nostra mecenate e autrice della prefazione, definisce Malae Spinae un romanzo intriso di “garbata religiosità”.

Lo dice perché sa bene come vi sia un che di miracoloso in tutte le storie vere che, pur nell’indifferenza generale, hanno un lieto fine.

 

Operatori del settore che si cimentano in un’avventura letteraria, operazione ormai diventata sempre più ricorrente, come mai questa scelta?

Daniele

Beh, non è proprio esatto, o, almeno, lo è nella misura in cui staremmo parlando di un saggio.

Quando abbiamo pensato di scrivere, in effetti, eravamo orientati a fare proprio quello, una pubblicazione specialistica sul lavoro fuori e dentro le mura, intervallato da storie o microstorie. Poi, prepotentemente e senza che l’avessimo previsto, sono nati Giacomino e Federica.

I due “ragazzi” urlavano talmente tanto che ci siamo guardati e ci siamo detti: “perché non dare loro la parola? Non sarebbe meglio trasmettere informazioni in modo meno didascalico e prosaico?”

In effetti, al momento, la scelta ci premia tra i non addetti ai lavori, che ci scrivono di aver compreso cosa significhi fare pedagogia penitenziaria, e tra gli operatori sul campo. Quelli che prendono, per intenderci, il fuoco con le mani.

Un po’ meno tra i cosiddetti tecnici che storcono il naso giacché abbiamo avuto l’ardire di trattare in maniera “pop” qualcosa che, a loro giudizio, dovrebbe restare tra i cenacoli autoreferenziali degli esperti.

Letizia

Di questo, tuttavia, non ci crucciamo più di tanto. Il nostro obbiettivo prioritario era di dare compiutezza esperenziale in un settore in cui si scrive tantissimo ma principalmente, appunto, per gli addetti ai lavori.

Il duplice scopo era dunque quello di condensare, in un momento narrativo lungo qualche centinaio di pagine, quanto fatto in quasi un ventennio di professionalità ed esportare, attraverso una forma comunicativa accessibile a molti, i saperi professionali di una fetta di mondo di fatto poco conosciuta da vicino.

 

Quanto è stato difficile (o facile) una prima opera a quattro mani.

Letizia

In primo luogo le maggiori difficoltà si sono originate a causa della variabile dell’inesperienza. Non siamo scrittori di professione! Qualcosa, qui o là, lo avevamo già scritto ma questo inevitabile gap è stato compensato attraverso l’utilizzo di uno strumento professionale che gli educatori hanno abituato ad esercitare e attivano quotidianamente nella propria pratica: l’équipe.noi2

Daniele

Questo e non solo. Anche la “sciarra” terapeutica ci ha permesso di procedere. Non puoi immaginare quanto siano stati conflittuali gli esordi. Con l’uno o l’altra che scrivevano, a volte in simultanea, all’uno o all’altra, “basta!”, “mi sono rotto/a!” O con appuntamenti bigiati all’ultimo per le più stupidi delle scuse e i nostri partner che ci guardavano con sospetto o perplessità.

Ma quelle liti sono state terapeutiche perché i personaggi, inizialmente, erano proprio com’eravamo noi agli esordi letterari: antitetici e conflittuali.

Sicché, ad un certo punto, ci siamo resi conto che Giacomino e Federica avevano preso possesso dei nostri corpi e li abbiamo lasciati fare. In capo ad un paio di mesi hanno fatto la pace ed abbiamo ultimato il libro.

 

Il libro ha avuto un buon successo, a questo punto la domanda è spontanea, quali altri progetti per il futuro?

Letizia

E’ importante concentrarsi su questa prima opera a cui dovremmo dedicare del tempo prezioso ma non si può nascondere che il fiume grafico-espressivo continua a scorrere e ci sono già altri progetti narrativi in attesa di essere pubblicati.

Daniele

Una volta che si crea una crepa nella diga diventa difficile fermare l’acqua dell’ispirazione. Ma te ne daremo immediata e prioritaria comunicazione. A te e ai lettori di Sicilia Journal.

Se vi farà piacere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A proposito dell'autore

nato a Catania nel 1965, dopo una vita passata in mezzo alla carta stampata, alle soglie del mezzo secolo si è lanciato in collaborazioni on line e radiofoniche. Viene definito “ping pong man” per il suo eterno vagare in terra italica. È molto narciso nel suo essere e fiero della propria voce e della criniera che (da buon leone) conserva e cura gelosamente. Da qualche anno si si applica, con costanza, per diventare un buon tanghero ma, forse, i risultati migliori li esprime nella scrittura.

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